giovedì 4 novembre 2010

Momenti di trascurabile felicità

C'è uno scrittore che non conoscevo.
Non ne avevo mai sentito parlare. Di quelli che anche se li vedi in faccia non ti dicono niente.
Si chiama Francesco Piccolo.
Mi è successo che a Torino, durante una giornata perfetta, ho avuto l'onore di assistere ad una sua lezione su America oggi, Raymond Carver.
Ed è stata una rivelazione, si può dire.
Quest'uomo è riuscito ad entrare nel modo giusto, le sue parole mi colpivano dritte al segno e mi è cresciuta dentro un'ammirazione bellissima.
Quindi non appena ho sentito che aveva pubblicato il suo ultimo libro sono corsa a comprarlo.
S'intitola Momenti di trascurabile felicità, e credo che tutti, prima o dopo, nella loro vita dovrebbero leggerlo. E' incredibilmente delicato, è vicino alle nostre quotidianità, è uno spicchio delle nostre esistenze, preso con attenzione perchè non si rompa.
Vi propongo un pezzetto, un elenco di felicità trascurabili, che mi ha affascinato da subito.
Un elenco che, scomposto, mi fa venir voglia di costruirci una storia per ogni singola frase. Che ha dentro molto di più di quanto si possa credere.
Vi lascio a Francesco Piccolo, osservatore dall'incredibile sensibilità.
               
Il momento esatto il cui di notte i semafori cominciano a lampeggiare, che vuol dire che ormai le auto sono poche e quasi tutte stanno tornando verso casa. Due che stavano per lasciarsi e poi non si lasciano più e si abbracciano a lungo, senza accorgersi che la gente si è fermata a guardarli. Un piccolo incidente e il ragazzo in motorino si alza subito perché non si è fatto niente. Tutte le nonne che portano al parco i nipoti e i loro sorrisi apprensivi quando li guardano correre. Le persone che devono cominciare a parlare per dire una cosa importante. Ogni palazzo che ospita uffici ricolmi di lavoro e tutte le vite che ci sono dietro coloro che stanno dietro alle scrivanie. Il suono prolungato e familiare di campanelle scolastiche, e un rumore di scale percorse con tumulto che si diffonde in molti quartieri, rumore di bambini, ragazzi e adolescenti, che creano per qualche secondo una tensione barbara, lì fuori, una scenografia dell’attesa di qualche secondo – e poi tutti questi ragazzi che vengono espulsi quasi all’unisono, le scuole si svuotano e la città si riempie di nuovo, i vigili urbani hanno molto da fare, le madri e i padri tornano a fare i genitori, i pranzo sono quasi tutti pronti, le organizzazioni complicate dei pomeriggi.
                L’odore di pane del primo mattino; le macchinette del caffè nel momento in cui vengono spente. Le passeggiate. Gli aperitivi con le mani unte dalle arachidi. Il primo scontrino battuto in un negozio. E anche la prima volta che una ragazza fa tardi la sera e la tensione nascosta dei genitori. Il bis tanto atteso di un concerto. Il giorno in cui fa abbastanza freddo da dover tirare fuori dall’armadio il primo maglione e infilarlo mentre scarica corrente. Quelli che alzano le serrande, che rifanno le strade, che svuotano i cassonetti; quelli che aspettano e guardano l’orologio e poi finalmente in fondo alla strada vedono chi aspettavano, quelli che attraversano strisce pedonali e guardano male gli automobilisti che frenano un po’ tardi, quelli che smettono di fumare, quelli che escono la mattina dai portoni e coprono gli occhi dalla luce. Le lacrime che scendono sui visi degli spettatori al cinema, le risate di una sera a cena. Quelli che lottano per pagare il conto, che spengono la luce a letto e poi si girano di lato, tirandosi su le coperte. Tutti i traslochi di una giornata, tutte le auto che escono nuove dai concessionari, tutta la musica che viene ascoltata. Un litigio furioso per una questione di principio. Uno che corre per arrivare prima che scada il tempo per qualsiasi cosa. Le chiacchiere negli uffici postali, le difficoltà nel riempire i moduli, le borse della spesa da svuotare, i clacson che smettono di suonare, i bambini quando chiudono il quaderno perché hanno finito i compiti, i balconi con i panni stesi e il vestito da mettere alla festa. Il momento in cui i padri dicono: e va bene,  i risvegli dalle operazioni chirurgiche, le strade appena bagnate dal camion che le pulisce, il profumo del giornale quando lo prendi tra le mani, le bocche impiastricciate dei bambini quando hanno finito il gelato, il responsabile che all’alba chiude la discoteca facendo scattare il lucchetto, il professore che corregge i compiti. Tutti i sogni di una notte, gli ultimi giorni del sindaco, tutte le feste a sorpresa, e il rumore della carta da regalo quando viene scartata. Lo scatto della penna che vola più in alto possibile, come la partenza di un missile. La prima pubblicità degli slip Roberta. Il fatto che nessuna donna al mondo riesca ad ottenere dal parrucchiere la pettinatura che desiderava. Restare in città ad agosto e andare nelle case vuote degli amici a innaffiare le piante. Il ragionamento che bisogna fare, per un attimo, per mettere in relazione una parte del corpo o un organo interno e il nome del reparto specialistico a cui corrisponde. Stare davanti alla stazione e assistere all’entrata in macchina di tutti quelli che arrivano da un viaggio in treno, e sono venuti a prenderli: vedere quando salgono sul sedile anteriore o posteriore e come sono felici di vedere chi è venuto, come li salutano. Tutte le donne nel gesto di legarsi i capelli. E anche tutte le donne che non dimenticano gli assorbenti macchiati in bagno.
                Gli amori che cominciano, che è molto prima di quando cominciano – cioè il momento in cui un innamoramento nasce senza che la persona che si innamora se ne sia ancora accorta. E poi certi pomeriggi di pioggia e la gente che aspetta che spiova sotto i portoni e si conosce e si parla. Gli amici che si incontrano al caffè e si raccontano i segreti. Le manifestazioni, quando la città è occupata da molti di coloro che la abitano. E la notte di Capodanno, quando la maggioranza dei cittadini è in strada e non nelle case. L’elenco di tutte le case che si abitano nel corso della vita. Il numero esatto di baci che si stanno dando in questo momento. Mi piacerebbe che nessuna porta stesse sbattendo, che nessun essere umano stesse tossendo, che nemmeno un cittadino non si sentisse un cittadino; e sempre in questo momento che qualcuno stesse dicendo: però com’è bello vivere qui. Anche tra sé e sé.

3 commenti:

  1. Qualche giorno fà girando distrattamente su facebook ho notato che avevi condiviso altri "momenti di libro" come li definisci tu sul tuo blog e così incuriosito mi sono ritrovato su questa pagina.Sarà stata la descrizione che ne hai fatto,sarà stata la copertina,sarà stata la grandezza particolare del libro,saranno state le parole che hai scelto ma il giorno dopo mi sono ritrovato in libreria ad acquistare il libro che poco fà ho finito.Sapevo che mi potevo fidare,fiducia nata dal modo in cui scrivi e dalla tua passione per la lettura,e così è stato.Ad essere sincero non tutte le pagine sono state all'altezza delle mie aspettative ma le parole che hai scelto di condividere in questo spazio sono le stesse che mi hanno colpito di più,che valgono l'intero libro,parole che magicamente trascinano con sè immagini e suoni come fossero la scena finale di un film.
    Un libro è sempre una gran sorpresa e un gran regalo..continua così,è un piacere leggerti.

    Daniele Incosciente

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  2. Ti ringrazio, davvero, e di cuore, per la fiducia e per le tue parole lenitive. Che tu sia stato invogliato a comprare il libro anche grazie a ciò che ho scritto mi rende felice. Questo è proprio quello che speravo accadesse. Creare un dialogo con chi legge che sia sufficientemente stimolante e provocatorio da spingerlo a ripensarci e ad approfondire.
    Abbiamo tutti un estremo bisogno di pagine di libro nelle quali affondare, dolcemente. Ma non sempre ce ne rendiamo conto.
    Grazie, Daniele.
    Un abbraccio, Chiara.

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  3. Leggi anche "La prima sorsata di birra. E altri piccoli piaceri della vita", di Philippe Delerm . Come fare un libro con le piccole cose, solo con quelle. Che forse, alla fine, non sono poi così piccole.
    Un abbraccio a te,
    Clara

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