lunedì 13 dicembre 2010

Se la verità è una burla

Ugo Pagliai a teatro, Pirandello.
Lo spettacolo più bello che abbia mai visto.
Ho trascritto una parte dell'Enrico IV, che mi ha letteralmente aperto gli occhi.
Non scrivo altro, tranne che colpirà anche voi. Ne sono certa.
Sipario.


enrico iv
Davanti alla soglia della comune, fin dove li ha accompagnati, li licenzia, ricevendone l’inchino. Donna Matilde e il Dottore, via. Egli chiude la porta e si volta subito, cangiato.
Buffoni! Buffoni! Buffoni! - Un pianoforte di colori! Appena la toccavo: bianca, rossa, gialla, verde... E quell’altro là: Pietro Damiani. - Ah! Ah! Perfetto! Azzeccato! - S’è spaventato di ricomparirmi davanti!
Dirà questo con gaja prorompente frenesia, movendo di qua, di là i passi, gli occhi, finché all’improvviso non vede Bertoldo, più che sbalordito, impaurito del repentino cambiamento. Gli si arresta davanti e additandolo ai tre compagni anch’essi come smarriti nello sbalordimento:
Ma guardatemi quest’imbecille qua, ora, che sta a mirarmi a bocca aperta...
Lo scrolla per le spalle.
Non capisci? Non vedi come li paro, come li concio, come me li faccio comparire davanti, buffoni spaventati! E si spaventano solo di questo, oh: che stracci loro addosso la maschera buffa e li scopra travestiti; come se non li avessi costretti io stesso a mascherarsi, per questo mio gusto qua, di fare il pazzo!
landolfo arialdo ordulfo
                (sconvolti, trasecolati, guardandosi tra loro). Come! Che dice? Ma dunque?
enrico iv
                (si volta subito alle loro esclamazioni e grida, imperioso): Basta! Finiamola! Mi sono seccato!
                Poi subito, come se, a ripensarci, non se ne possa dar pace, e non sappia crederci:
Perdio, l’impudenza di presentarsi qua, a me, ora - col suo ganzo accanto... - E avevano l’aria di prestarsi per compassione, per non far infuriare il poverino già fuori del mondo, fuori del tempo, fuori della vita! - Eh, altrimenti quello là, ma figuratevi se l’avrebbe subìta una simile sopraffazione! - Loro sì, tutti i giorni, ogni momento, pretendono che gli altri siano come vogliono loro; ma non è mica una sopraffazione, questa! - Che! Che! - È il loro modo di pensare, il loro modo di vedere, di sentire: ciascuno ha il suo! Avete anche voi il vostro, eh? Certo! Ma che può essere il vostro? Quello della mandra! Misero, labile, incerto... E quelli ne approfittano, vi fanno subire e accettare il loro, per modo che voi sentiate e vediate come loro! O almeno si illudono! Perché poi, che riescono a imporre? Parole! parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure così le così dette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono! Per esempio: «pazzo!» - Per esempio, che so? - «imbecille!» - Ma dite un po’, si può star quieti a pensare che c’è uno che si affanna a persuadere agli altri che voi siete come vi vede lui, a fissarvi nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di voi? - «Pazzo» «pazzo»! - Non dico ora che lo faccio per ischerzo! Prima, prima che battessi la testa cadendo da cavallo...
S’arresta d’un tratto, notando i quattro che si agitano, più che mai sgomenti e sbalorditi.
Vi guardate negli occhi?
Rifà smorfiosamente i segni del loro stupore.
Ah! Eh! Che rivelazione? - Sono o non sono? - Eh, via, sì, sono pazzo!
Si fa terribile
Ma allora, perdio, inginocchiatevi! inginocchiatevi!
Li forza a inginocchiarsi tutti uno a uno:
Vi ordino di inginocchiarvi tutti davanti a me - così! E toccate tre volte la terra con la fronte! Giù! Tutti davanti ai pazzi, si deve stare così!
Alla vista dei quattro inginocchiati si sente subito svaporare la feroce gajezza, e se ne sdegna.
Su via, pecore, alzatevi! - M’avete obbedito? Potevate mettermi la camicia di forza... - Schiacciare uno col peso d’una parola? Ma è niente! Che è ? Una mosca! - Tutta la vita è schiacciata così dal peso delle parole! Il peso dei morti - Eccomi qua: potete credere sul serio che Enrico IV sia ancora vivo? Eppure, ecco, parlo e comando a voi vivi. Vi voglio così! - Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita? - Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un’alba. Questo giorno che ci sta davanti - voi dite - lo faremo noi! - Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripeterete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!
Si para davanti a Bertoldo, ormai istupidito.
Non capisci proprio nulla, tu, eh? - Come ti chiami?
bertoldo
                Io?... Eh... Bertoldo...
enrico iv
                Ma che Bertoldo, sciocco! Qua a quattr’occhi: come ti chiami?
bertoldo
                Ve... veramente mi... mi chiamo Fino...
enrico iv
                (a un atto di richiamo e di ammonimento degli altri tre, appena accennato, voltandosi subito per farli tacere). Fino?
bertoldo
                Fino Pagliuca, sissignore.
enrico iv
                (volgendosi di nuovo agli altri). Ma se vi ho sentito chiamare tra voi, tante volte!
                A Landolfo
                Tu ti chiami Lolo?
landolfo
                Sissignore...
                Poi con uno scatto di gioja:
                Oh Dio... Ma allora?
enrico iv
                (subito, brusco). Che cosa?
landolfo
                (d’un tratto smorendo). No... dico...
enrico iv
                Non sono più pazzo? Ma no. Non mi vedete? - Scherziamo alle spalle di chi ci crede.
                Ad Arialdo
                So che tu ti chiami Franco...
                A Ordulfo
                E tu, aspetta...
ordulfo
                Momo!
enrico iv
                Ecco, Momo! Che bella cosa, eh?
landolfo
                (c. s.). Ma dunque... oh Dio...
enrico iv
                (c. s.). Che? Niente! Facciamoci tra noi una bella, lunga, grande risata...
                E ride.
                Ah, ah, ah, ah, ah, ah!
landolfo arialdo ordulfo
                (guardandosi tra loro, incerti, smarriti, tra la gioja e lo sgomento). È guarito? ma sarà vero? Com’è?
enrico iv
                Zitti! Zitti!
                A Bertoldo:
Tu non ridi? Sei ancora offeso? Ma no! Non dicevo mica a te, sai? - Conviene a tutti, capisci? conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli parlare. Che dico io di quelli là che se ne sono andati? Che una è una baldracca, l’altro un sudicio libertino, l’altro un impostore... Non è vero! Nessuno può crederlo! - Ma tutti stanno ad ascoltarmi, spaventati. Ecco, vorrei sapere perché, se non è vero. - Non si può mica credere a quel che dicono i pazzi! - Eppure, si stanno ad ascoltare così, con gli occhi sbarrati dallo spavento. - Perché? Dimmi, dimmi tu, perché? Sono calmo, vedi?
bertoldo
                Ma perché... forse, credono che...
enrico iv
No, caro... no, caro... Guardami bene negli occhi... - Non dico che sia vero, stai tranquillo! - Niente è vero! - Ma guardami negli occhi!
bertoldo
                Sì, ecco, ebbene?
enrico iv
Ma lo vedi? lo vedi? Tu stesso! Lo hai anche tu, ora, lo spavento negli occhi! - Perché ti sto sembrando pazzo! - Ecco la prova! Ecco la prova!
E ride.
landolfo
                (a nome degli altri, facendosi coraggio, esasperato). Ma che prova?
enrico iv
Codesto vostro sgomento, perché ora, di nuovo, vi sto sembrando pazzo! - Eppure, perdio, lo sapete! Mi credete; lo avete creduto fino ad ora che sono pazzo! - È vero o no?
Li guarda un po’, li vede atterriti.
Ma lo vedete? Lo sentite che può diventare anche terrore, codesto sgomento, come per qualche cosa che vi faccia mancare il terreno sotto ai piedi e vi tolga l’aria da respirare? Per forza, signori miei! Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! - Eh! che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come! - Voi vi tenete forte, ed essi non si tengono più. Volubili! Volubili! - Voi dite: «questo non può essere!» - e per loro può essere tutto. - Ma voi dite che non è vero. E perché? - Perché non par vero a te, a te, a te,
indica tre di loro,
e centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe vedere poi che cosa invece par vero a questi centomila altri che non sono detti pazzi, e che spettacolo dànno dei loro accordi, fiori di logica! Io so che a me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo. E quante cose mi parevano vere! E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri, ed ero beato! Perché guai, guai se non vi tenete più forte a ciò che vi par vero oggi, a ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l’opposto di ciò che vi pareva vero jeri! Guai se vi affondaste come me a considerare questa cosa orribile, che fa veramente impazzire: che siete uno accanto all’altro, e gli guardate gli occhi - come io guardavo un giorno certi occhi - potete figurarvi come un mendico davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo modo impenetrabile vi vede e vi tocca...
Pausa lungamente tenuta. L’ombra, nella sala, comincia ad addensarsi, accrescendo quel senso di smarrimento e di più profonda costernazione da cui quei quattro mascherati sono compresi e sempre più allontanati dal grande Mascherato, rimasto assorto a contemplare una spaventosa miseria che non è di lui solo, ma di tutti. Poi egli si riscuote, fa come per cercare i quattro che non sente più attorno a sé e dice:
S’è fatto bujo, qua.
ordulfo
                (subito, facendosi avanti). Vuole che vada a prendere la lampa?
enrico iv
(con ironia). La lampa, sì... Credete che non sappia che, appena volto le spalle con la mia lampa ad olio per andare a dormire, accendete la luce elettrica per voi - qua e anche là nella sala del trono? - Fingo di non vederla...
ordulfo
                Ah! - Vuole allora...?
enrico iv
                No: m’accecherebbe. - Voglio la mia lampa.
ordulfo
                Ecco, sarà già pronta, qua dietro la porta.
Si reca alla comune; la apre; ne esce appena e subito ritorna con una lampa antica, di quelle che si reggono con un anello in cima.
enrico iv
(prendendo la lampa e poi indicando la tavola sul coretto). Ecco, un po’ di luce. Sedete, lì attorno alla tavola. Ma non così! In belli e sciolti atteggiamenti...
Ad Arialdo:
Ecco, tu così...
lo atteggia, poi a Bertoldo:
E tu così...
lo atteggia:
Così, ecco...
Va a sedere anche lui.
E io, qua...
Volgendo il capo verso una delle finestre.
Si dovrebbe poter comandare alla luna un bel raggio decorativo... Giova, a noi, giova, la luna. Io per me, ne sento il bisogno, e mi ci perdo spesso a guardarla dalla mia finestra. Chi può credere, a guardarla, che lo sappia che ottocent’anni siano passati e che io, seduto alla finestra non possa essere davvero Enrico IV che guarda la luna, come un pover’uomo qualunque? Ma guardata, guardata che magnifico quadro notturno: l’Imperatore tra i suoi fidi consiglieri... Non ci provate gusto?
landolfo
                (piano ad Arialdo, come per non rompere l’incanto). Eh, capisci? A sapere che non era vero.
enrico iv
                Vero, che cosa?
landolfo
                (titubante, come per scusarsi). No... ecco... perché a lui
                indica Bertoldo
entrato nuovo in servizio... io, appunto questa mattina, dicevo: Peccato, che così vestiti... e poi con tanti bei costumi, là in guardaroba... e con una sala come quella...
accenna alla sala del trono.
enrico iv
                Ebbene? Peccato, dici?
landolfo
                Già... che non sapevamo...
enrico iv
                Di rappresentarla per burla, qua, questa commedia?
landolfo
                Perché credevamo che...
arialdo
                (per venirgli in aiuto). Ecco... sì che fosse sul serio!
enrico iv
                E com’è? Vi pare che non sia sul serio?
landolfo
                Eh, se dice che...
enrico iv
Dico che siete sciocchi! Dovevate sapervelo fare per voi stessi, l’inganno; non per rappresentarlo davanti a me, davanti a chi viene qua in visita di tanto in tanto; ma così, per come siete naturalmente, tutti i giorni, davanti a nessuno
a Bertoldo, prendendolo per le braccia,
per te, capisci, che in questa finzione ci potevi mangiare, dormire, e grattarti anche una spalla, se ti sentivi un prurito;
sentendovi vivi, vivi veramente nella storia del mille e cento, qua alla Corte del vostro Imperatore Enrico IV! E pensare, da qui, da questo nostro tempo remoto, così colorito e sepolcrale, pensare che a una distanza di otto secoli in giù, in giù, gli uomini del mille e novecento si abbaruffano intanto, s’arrabattano in un’ansia senza requie di sapere come si determineranno i loro casi, di vedere come si stabiliranno i fatti che li tengono in tanta ambascia e in tanta agitazione. Mentre voi, invece, già nella storia! con me! Per quanto tristi i miei casi, e orrendi i fatti; aspre le lotte, dolorose le vicende: già storia, non cangiano più, non possono più cangiare, capite? Fissati per sempre: che vi ci potete adagiare, ammirando come ogni effetto segua obbediente alla sua causa, con perfetta logica, e ogni avvenimento si svolga preciso e coerente in ogni suo particolare. Il piacere, il piacere della storia, insomma, che è così grande!
landolfo
                Ah, bello! bello!
enrico iv
                Bello, ma basta! Ora che lo sapete, non potrei farlo più io!
                Prende la lampa per andare a dormire.
                Né del resto voi stessi, se non ne avete inteso finora la ragione. Ne ho la nausea adesso!
                Quasi tra sé, con violenta rabbia contenuta:
Perdio! debbo farla pentire d’esser venuta qua! Da suocera oh, mi s’è mascherata... E lui da padre abate... - E mi portano con loro un medico per farmi studiare... E chi sa che non sperino di farmmi guarire... Buffoni! - Voglio avere il gusto di schiaffeggiargliene almeno uno: quello! - È un famoso spadaccino? M’infilzerà... Ma vedremo, vedremo...
Si sente picchiare alla comune.
Chi è?
voce di giovanni
                Deo gratias!
arialdo
(contentissimo, come per uno scherzo che si potrebbe ancora fare). Ah, è Giovanni, è Giovanni, che viene come ogni sera a fare il monacello!
ordulfo
                (c. s., stropicciandosi le mani). Sì, sì, facciamoglielo fare! facciamoglielo fare!
enrico iv
(subito, severo). Sciocco! Lo vedi? Perché? Per fare uno scherzo alle spalle di un povero vecchio, che lo fa per amor mio?
landolfo
                (a Ordulfo). Dev’essere come vero! Non capisci!
enrico iv
                Appunto! Come vero! Perché solo così non è più una burla la verità!
Si reca ad aprire la porta e fa entrare Giovanni parato da umile fraticello, con un rotolo di cartapecora sotto il braccio.
Avanti, avanti, padre!
Poi  assumendo un tono di tragica gravità e di cupo risentimento:
Tutti i documenti della mia vita e del mio regno a me favorevoli furono distrutti, deliberatamente, dai miei nemici: c’è solo, sfuggita alla distruzione, questa mia vita scritta da un umile monacello a me devoto, e voi vorreste riderne?
Si rivolge amorosamente a Giovanni e lo invita a sedere davanti alla tavola:
Sedete, padre, sedete qua. E la lampa accanto.
Gli posa accanto la lampa che ha ancora in mano.
Scrivete, scrivete.
giovanni
                (svolge il rotolo di cartapecora, e si dispone a scrivere sotto dettatura). Eccomi pronto, Maestà!
enrico iv
(dettando). Il decreto di pace emanato a Magonza giovò ai meschini ed ai buoni, quanto nocque ai cattivi e ai potenti.
Comincia a calare la tela.
Apportò dovizie ai primi, fame e miseria ai secondi...

martedì 7 dicembre 2010

Specchio



Ogni promessa, di Andrea Bajani.
Mi è capitato tra le mani quasi per caso.
L'ho preso senza nemmeno leggere la trama.
Ho pensato Proviamo.
Qui sotto vi ho trascritto l'inizio, che mi ha colpita in modo inaspettato e potente.
Bajani mi si è rivelato come uno scrittore degno del suo mestiere. E di questi tempi, ve l'assicuro non è facile.
Mette le parole al posto giusto, con la forza o la debolezza che ti destabilizzano e stordiscono, ma sorridi.
Usa le immagini, sa dove farle partire, sa scioglierle e adattarle a ciò che vuole.
Spazia.
Leggendo di questo, il succo di una vita, guardata dal balcone di un appartamento adiacente, mi è caduta addosso una coperta tiepida di cose già vissute, di odore di casa mia, di verità.
Le piccolezze quotidiane. Le tragedie che si gonfiano dentro le case e che troppo spesso non trovano finestre aperte da cui sfiatare. L'euforia.
E' tutto così semplicemente vero e minuto, che viene quasi da piangere a vedertelo lì davanti, nella pagina inzuppata di nero. E' tutto così vicino e troppo difficile che non può essere altro che vita vera.
Non aggiungo altro, promesso.
Ma vi guardo le spalle, mentre leggete a capofitto la vostra storia.

I primi tempi che vivevamo insieme Sara la mattina mi accompagnava a scuola per vedere i bambini. Eravamo appena arrivati in quel palazzo, il trasloco era stato abbastanza sbrigativo, e come tutti i traslochi era stata un’audizione, i condòmini che ci guardavano dalla finestra e noi che cercavamo di non dire e non fare niente che potesse infastidirli, volevamo subito essere accettati. Così all’inizio sul balcone mettevamo solo fiori molto appariscenti, stendevamo i vestiti migliori, e ci mostravamo sempre la più affiatata delle coppie. Quando litigavamo chiudevamo le finestre per non farci sentire, e ci soffiavamo dentro tutta la rabbia che avevamo. La stanza si gonfiava della nostra furia, le pareti si incurvavano, la camera si faceva grotta, a ogni urlo un soffio in più, i muri che spingevano all’infuori, il soffitto che saliva. E così pensavamo alla signora del piano di sopra, e a suo nipote, che vedevano il pavimento gonfiarsi all’improvviso sotto i piedi. Poi quando avevamo finito di discutere riaprivamo le finestre, la nostra rabbia sfiatava fuori tutta insieme in un unico soffio che vibrava, i muri tornavano dritti e così pure il pavimento. E noi uscivamo sul balcone pieni di sorrisi, e se vedevamo qualcuno dicevamo Buongiorno come va? Per le scale salutavamo tutti, io che mi presentavo e stringevo le mani dei vicini, e Sara che diceva sempre Noi, perché dire Noi era più rassicurante. E poi perché era romantico, era come rimettersi insieme ogni volta, come scegliersi di nuovo. E infine, soprattutto perché Noi era un auspicio.

Dentro il Noi che Sara pronunciava c’era tutta la vita che avremmo fatto insieme, come una valigia riempita fino all’orlo di parole e su cui poi ci si doveva sedere, per poterla chiudere. Perché esistesse quel Noi era necessario che ci fossero dei figli. Perché il suo Noi era: Noi che adesso siamo solo in due ma poi saremo il tre o quattro se non cinque, e vi riempiremo il palazzo di bambini che all’inizio piangeranno un po’, poi usciranno sul balcone con qualcuno che li farà camminare sulle punte e voi potrete salutarli se vorrete, poi sul balcone giocheranno da soli con la faccia dentro la merenda, poi li vedrete uscire dal portone per mano alla madre per andare a scuola, poi li vedrete uscire da soli, fare due metri, voltarsi indietro, girare l’angolo e accendersi una sigaretta, allora ci sentirete litigare con loro e sentirete sbattere le porte, le urla che passeranno da una stanza all’altra della casa, poi ci sentirete litigare tra di noi, tra madre e padre, perché non saremo d’accordo sui modi di educare, e uno di noi lo vedrete uscire nervoso sul balcone a fumare e tornare dentro e di nuovo uscire, e dei nostri figli qualcuno uscirà tutti i pomeriggi e qualcun altro invece starà sempre chiuso in casa, e gli vedrete cambiare le andatura giù in cortile, rimpettirsi sui sederi oppure rimbalzare molleggiati come scimmie, qualcuno aprirà le spalle strafottente e qualcun altro le richiuderà impaurito, e poi cominceranno a portare a casa i fidanzati e le fidanzate e quando vi abituerete a uno di loro di colpo poi non verrà più, e andranno all’università e li vedrete partire la domenica con un borsone e tornare il sabato con lo stesso borsone più sformato, e li vedrete portare via le loro poche cose in un trasloco e venire ogni tanto per pranzo la domenica e per Pasqua e per Natale, e noi, noi madre e noi padre, ci vedrete all’improvviso orfani di figli stare seduti per lunghe ore sul balcone senza dirci niente, per poi scattare in casa al suono del telefono e avere di nuovo qualcosa da dirci dopo la telefonata, e poi vedrete delle pance crescere attraversando il cortile insieme ai nostri figli e tutto ricomincerà, e sentirete piangere un’altra volta dentro casa e noi che allora invecchieremo tutto d’un colpo, in uno schianto improvviso, e sorrideremo accontentandoci, affaccendati da questi figli che i nostri fogli ci avranno dato al posto loro.

E però noi facevamo l’amore e un figlio non voleva saperne di arrivare. Era il nostro Noi che ogni mese cadeva in terra e si spaccava in due, e a furia di incollarlo poi non si è aggiustato più. I primi mesi era stato normale, fare ogni volta tutto il giro, scollinare i cicli mestruali senza chiedersi nulla, non pensarci nemmeno, solo fare l’amore perché non si poteva fare altro che cercarsi dentro i vestiti appena si era un po’ vicini. Poi era venuto quel pensiero dei figli, un pensiero che all’inizio era un pensiero bello con cui ci abbracciavamo prima di dormire. Così fare l’amore era diventato il modo per provare a gonfiare il nostro Noi, da due che eravamo farlo diventare tre e poi quattro, come un palloncino a forma di coniglio che soffi forte e prima non succede niente poi di colpo sbuca un orecchio. In quel periodo Sara mi accompagnava spesso a scuola, la mattina, salutava i bambini delle mie classi come se fossero tutti quanti figli nostri. Qualcuno lo prendeva in braccio, mi chiedeva Come mi vedi? Ogni mese era la stessa illusione. Per qualche settimana ci credevamo, Sara diceva che se lo sentiva. E allora andavamo in giro travestiti da famiglia, in due dietro una pancia, gli occhi che guardavano tutto dividendo per tre. E c’era una forza immensa, Sara mi diceva Io non ho paura di niente e di nessuno. E tutte le donne incinte che incontravamo Sara trovava un modo per avvicinarle, anche senza dirsi nulla, solo starci vicino, lasciare che le pance si parlassero tra loro. Poi però ogni volta non succedeva niente, e i mesi cominciavano a passare, e di fare visite nessuno dei due ne voleva sapere, almeno dividersi le colpe. Lei a scuola però non ci voleva più venire, ogni mattina inventava una scusa diversa per restare a casa, mi salutava sulla porta. Ogni volta che la sentivo aprire il cassetto in cui teneva gli assorbenti in bagno, sapevo che l’avrei vista uscire mordendosi le labbra. Mi si sarebbe seduta accanto, e per ore non avrebbe detto niente. Poi la sera mi avrebbe cercato furiosa dentro il letto. Così avevamo preso a fare l’amore in un modo scomposto, lei che mi si avventava contro, i piedi che le si stringevano di rabbia, gli occhi socchiusi di furore. Poi restavamo lì, ognuno nella sua parte di letto a respirare con gli occhi aperti, ognuno con un dolore che tanto era solo suo, che non poteva essere l’altro a consolare.