sabato 21 maggio 2011

Elogio delle parole

Mi sono imbattuta in Pablo Neruda quando era troppo piccola per poterlo vedere per davvero.
Ora che i miei occhi hanno perso l'argentina luce dell'infanzia, posso provare a capire.
Neruda fa innamorare di tutto, citando De Andrè.
Neruda coglie in ciò che descrive il lato più naturale, quello più atavico, quello più odoroso e variopinto.
Neruda scrive d'amore.
E io mi sono lasciata cullare tra le sue parole, straordinariamente lucenti anche nella prosa. Infatti, questo pezzo è preso da Confesso che ho vissuto, un libro illuminante.
Qui si parla delle parole, appunto.
Vi lascio in buone mani, a scivolare tra la spuma di una scrittura fluida e avvolgente.
Innamoratevi.



... Tutto quel che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono... Mi inchino dinanzi a loro... Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo le frantumo... Amo tanto le parole... Quelle inaspettate... Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono... Vocaboli amati... Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada...  Inseguo alcune parole... Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia... Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio, mi preparo davanti al piatto, le sento cristalline, vibranti, eburnee, vegetali,  oleose, come frutti, come alghe, come agate, come olive... E allora le rivolto, le agito, me le bevo, me le divoro, le mastico, le vesto a festa, le libero... Le lascio come stalattiti nella mia poesia, come pezzetti di legno brunito, come carbone, come relitti di un naufragio, regali dell’onda... Tutto sta nella parola... Tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì... Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che s’andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria, da tanto essere radici... Sono antichissime e recentissime... Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato... Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori... Avanzano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo... Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi... Dovunque passassero non restava pietra su pietra... Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi, dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti... la lingua. Fummo sconfitti... E fummo vincitori... Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro... Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto... Ci lasciarono le parole.

1 commento:

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