sabato 21 maggio 2011

La sinfonia

Dal romanzo Moby Dick di Herman Melville, vi porgo ora un fiore della letteratura.
Capitolo 132.
Ahab rompe per un attimo la sua corteccia incrostata di salsedine, e mostra il suo aspetto più umano e sincero.
Non voglio dire altro, se non che è un pezzo che va letto a testa alta, con il cuore che si gonfia di poesia come le vele si gonfiano per il turbinoso vento dell'oceano.
Abbiate paura del nostro grande Leviatano...



Era una limpida giornata di un azzurro acciaio. I firmamenti dell’aria e del mare erano appena separabili in quell’azzurro che tutto penetrava; soltanto, l’aria pensosa era di una trasparenza pura e morbida, con un’apparenza di donna, mentre il mare, robusto e virile, si sollevava con ondate lunghe, forti e lente, come il petto di Sansone nel sonno.
                Di qua e di là, in alto, trascorrevano le ali nivee di piccoli uccelli immacolati: erano questi i gentili pensieri dell’aria femminina; ma avanti e indietro, negli abissi, giù, nell’azzurro senza fondo, correvano precipiti possenti Leviatani, pescespada e squali, e questi erano i pensieri violenti, tormentati, assassini, del mare mascolino.
                Ma sebbene tanto contrastati interiormente, il contrasto esteriore era soltanto di ombre e sembianze; quei due parevano uno, era come se il sesso soltanto, per dir così, li distinguesse.
                Legato e contorto, noccheruto e nodoso per le rughe, selvaggiamente incrollabile e ostinato, con occhi ardenti come carboni ancora accesi fra le ceneri della rovina, l’inflessibile Ahab stava ritto nella limpidezza del mattino: alzando l’elmo frantumato della fronte verso la fronte di dolce fanciulla del cielo.
                Oh, infanzia immortale e innocenza dell’azzurro! Invisibili creature alate che si trastullano tutt’intorno a noi! Dolce infanzia dell’aria e del cielo! Quanto dimentiche foste del dolore ingrovigliato del vecchio Ahab! A questo modo ho visto le piccole Miriam e Marta, folletti dagli occhi ridenti, far capriole senza fine attorno al loro vecchio padre; scherzando con l’aureola di ciocche bruciacchiate che crescevano ai margini di quel cratere combusto che era il suo cervello.
                Attraversando lentamente il ponte, dal boccaporto, Ahab si sporse dalla fiancata a osservare come la sua ombra nell’acqua affondasse senza fine al suo sguardo, quanto più egli si sforzava di scrutarne la profondità. Ma gli amabili aromi in quell’aria incantata parvero alla fine disperdere, per un attimo, il cancro che era nell’anima sua. Quell’aria serena, felice, quel cielo ridente, lo toccarono finalmente e lo accarezzarono; la terra matrigna, tanto crudele, ripugnante, ora gettava braccia affettuose attorno al suo collo caparbio, e pareva singhiozzare di gioia su di lui, come sopra uno che, quantunque testardo e traviato, ella potesse tuttavia trovare nel suo cuore di che benedirlo e salvarlo. Di sotto al suo cappello abbassato, una lacrima di Ahab cadde nel mare: e tutto il Pacifico non contenne ricchezze paragonabili a quella goccia di pianto.
                Starbuck vide il vecchio, vide con quanta pesantezza si appoggiava alla murata, e parve udire nel profondo del suo cuore lo smisurato singhiozzo che penetrava furtivo in mezzo alla serenità che era intorno. Attento a non toccarlo o a essere notato da lui, gli si avvicinò, e si fermò. Ahab si volse.
                «Starbuck!»
                «Signore!»
                «Oh, Starbuck! È un vento dolce dolce, e dolce è l’aspetto del cielo. In una giornata simile, di una dolcezza proprio come questa, ho colpito la mia prima balena, ero un ragazzo, ramponiere a diciott’anni! Quaranta, quaranta, quarant’anni fa! Quarant’anni di continua baleneria! Quarant’anni di privazioni e pericoli e tempeste! Quarant’anni sul mare spietato! Per quarant’anni Ahab ha abbandonato la terra pacifica, per quarant’anni ha combattuto sugli orrori degli abissi! Proprio così, Starbuck, di questi quarant’anni non ne ho trascorsi tre a terra.
                «Quando penso a questa vita che ho condotto, alla desolazione di solitudine che è stata, a quella città murata che è l’isolamento di un capitano che non ammette il minimo accesso a ogni simpatia proveniente dalla verde campagna di fuori, oh fatica! oh peso! Schiavitù da Guinea di un comando solitario! Quando penso a tutto questo, da me prima soltanto a metà sospettato e non così chiaramente compreso, quando penso che, per quarant’anni, mi sono cibato di cibo secco e salato, simbolo giusto del secco nutrimento dell’anima mia! Mentre l’uomo di terra più povero ha avuto frutta fresca tutti i giorni e ha spezzato il pane fresco del mondo invece delle mie croste ammuffite... lontano, lontano interi oceani da quella giovane moglie-bambina che ho sposato dopo i cinquanta, alzando la vela verso il Capo Horn il giorno dopo e non lasciando che un solo incavo nel cuscino nuziale! Moglie? Moglie! Piuttosto una vedova di un marito vivo! Sì, ho reso vedova quella povera bambina il momento stesso in cui l’ho sposata, Starbuck. E poi, la pazzia, il delirio, il sangue ribollente e la fronte fumante con cui, in mille ammainate, il vecchio Ahab ha dato la caccia nella furia e nella schiuma alla sua preda, più da demonio che da uomo, sì, sì, che sciocco, per quarant’anni, che sciocco, vecchio sciocco è stato il vecchio Ahab! Perché questa contesa della caccia? Perché sfinire e paralizzare le braccia al remo, al ferro e alla lancia? È forse più ricco o migliore, ora, Ahab? Guarda. Oh, Starbuck, non è duro che con questo pesante fardello che porto, debba essermi stata strappata di sotto una misera gamba? Su, tira da parte questi vecchi capelli: mi accecano che sembra ch’io pianga. Ciocche tanto grigie non vengono che da ceneri! Ma sembro davvero molto vecchio, tanto vecchio, vecchissimo, Starbuck? Io mi sento mortalmente stanco, curvo e piegato come se fossi Adamo barcollante sotto il cumulo dei secoli dal tempo del Paradiso. Dio! Dio! Dio! Spaccami il cuore! Sfondami il cervello! Beffa! Beffa! Amara, crudele beffa dei capelli grigi, ho io forse goduto abbastanza gioia per dovervi portare, e apparire e sentirmi così intollerabilmente vecchio?
                «Più vicino! Vieni più vicino, Starbuck; che io possa guardare dentro un occhio umano, è meglio che guardare nel mare o nel cielo, meglio che guardare in Dio. Per la verde terra, per il focolare acceso! Questo è lo specchio magico, marinaio; vedo mia moglie e mio figlio nel tuo occhio. No, no, rimani a bordo, a bordo! Non ammainare con me, quando io lo farò, quando Ahab, marchiato, darà la caccia a Moby Dick. Che il rischio non sia tuo. No, no! Non con la casa lontana che io vedo in quest’occhio!»
                «Oh, mio capitano! Mio capitano! Nobile anima! Grande, vecchio cuore, dopo tutto! Perché qualcuno dovrebbe dare la caccia a quell’odiato pesce? Venite via con me! Fuggiamo queste acque mortali! Torniamo a casa! Moglie e figlio ha anche Starbuck, moglie e figlio della sua giovinezza fraterna e giocosa, come tuoi, signore, sono la moglie e il figlio della tua amorosa, appassionata, paterna vecchiaia! Via! Andiamo via! Lascia che io cambi la rotta in questo stesso istante! Con quanta allegrezza, con quanta gioia, o mio capitano, faremmo a ritroso la strada per rivedere la vecchia Nantucket! Io credo, signore, che vi siano anche a Nantucket giornate azzurre come questa.»
                «Ci sono, ci sono. Le ho viste, certe giornate d’estate, al mattino. Verso quest’ora, sì, è l’ora del sonnellino, adesso, il bambino si sveglia, tutto vivace: si siede sul letto e sua madre gli parla di me, di me, vecchio cannibale, che sono lontano, sugli abissi, ma che presto ritornerò per farlo di nuovo ballare.»
                «Ma questa è la mia Mary, la mia Mary. Ha promesso che avrebbe portato il bambino, ogni mattina, sulla collina, perché sia il primo a scorgere la vela di suo padre! Sì, sì! Basta! È fatto! Puntiamo su Nantucket! Vieni, mio capitano, studiamo la rotta, e via! Guarda, guarda! La faccia del bimbo alla finestra! La mano del bimbo sulla collina!»
                Ma lo sguardo di Ahab era lontano: come una pianta da frutta abbruciacchiata si scosse e gettò a terra l’ultima mela incenerita.
                «Che cos’è, che cos’è quella cosa ultraterrena, senza nome e imperscrutibile? Quale nascosto e ingannatore signore e padrone, quale imperatore crudele e spietato mi comanda, che, contro tutti gli affetti e i desideri naturali, io debba così continuare a sospingere, e a divincolarmi come pressato dalla folla, accingendomi temerario a fare ciò che, nel mio cuore naturale, io non ho mai nemmeno osato di osare? È Ahab, Ahab? Sono io, Dio o chi altri che alza questo braccio? Ma se il grande sole non si muove da se stesso, non essendo altro che un fattorino del cielo, né una sola stella può ruotare se non mossa da qualche forza invisibile, come può allora questo piccolo cuore battere, questo piccolo cervello pensare, se non è Dio che pulsa quel battito, che pensa quel pensiero, che vive quella vita, e non io?
                «Per tutti i cieli, marinaio, noi siamo fatti girare e girare in questo mondo come quell’argano laggiù, e il Fato è la manovella. E in eterno, oh, quel cielo sorridente e questo mare non sondato! Guarda! Vedi laggiù quell’albacora? Chi le ha messo in mente di dare la caccia e azzannare quel pesce-volante? Dove vanno gli assassini, marinaio? Chi darà la sentenza, se il giudice stesso è trascinato alla sbarra? Ma c’è un dolce, dolce vento e un cielo dolce a vedersi, e l’aria odora, adesso,  come se respirasse da una prateria lontana. Devono tagliare il fieno da qualche parte sotto i pendii delle Ande, Starbuck, e i mietitori dormono tra il raccolto appena reciso. Dormono? Sì, affanniamoci quanto vogliamo, dormiremo tutti su un campo, alla fine. Dormire? Sì, e ci arrugginiremo fra il verde, come le falci dell’anno passato abbandonate e lasciate sui ciglioni d’erba tagliati a metà... Starbuck!»
                Ma, sbiancato come un cadavere per la disperazione, l’ufficiale era scivolato via.
                [...]

Ora vi accompagno con questa canzone, come mi piace fare, tratta dall'ultimo album di Vinicio Capossela. S'intitola I fuochi fatui, e se fate attenzione troverete pezzetti presi proprio da qui.

Elogio delle parole

Mi sono imbattuta in Pablo Neruda quando era troppo piccola per poterlo vedere per davvero.
Ora che i miei occhi hanno perso l'argentina luce dell'infanzia, posso provare a capire.
Neruda fa innamorare di tutto, citando De Andrè.
Neruda coglie in ciò che descrive il lato più naturale, quello più atavico, quello più odoroso e variopinto.
Neruda scrive d'amore.
E io mi sono lasciata cullare tra le sue parole, straordinariamente lucenti anche nella prosa. Infatti, questo pezzo è preso da Confesso che ho vissuto, un libro illuminante.
Qui si parla delle parole, appunto.
Vi lascio in buone mani, a scivolare tra la spuma di una scrittura fluida e avvolgente.
Innamoratevi.



... Tutto quel che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono... Mi inchino dinanzi a loro... Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo le frantumo... Amo tanto le parole... Quelle inaspettate... Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono... Vocaboli amati... Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada...  Inseguo alcune parole... Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia... Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio, mi preparo davanti al piatto, le sento cristalline, vibranti, eburnee, vegetali,  oleose, come frutti, come alghe, come agate, come olive... E allora le rivolto, le agito, me le bevo, me le divoro, le mastico, le vesto a festa, le libero... Le lascio come stalattiti nella mia poesia, come pezzetti di legno brunito, come carbone, come relitti di un naufragio, regali dell’onda... Tutto sta nella parola... Tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì... Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che s’andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria, da tanto essere radici... Sono antichissime e recentissime... Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato... Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori... Avanzano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo... Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi... Dovunque passassero non restava pietra su pietra... Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi, dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti... la lingua. Fummo sconfitti... E fummo vincitori... Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro... Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto... Ci lasciarono le parole.

martedì 3 maggio 2011

Ferite sulla polvere

Una storia fatta da un uomo piccolo. Piccolo perchè testardo e incapace a vivere.
Ma è vicino, vicino alla nostra minuta vita quotidiana fatta di continui compromessi, bassezze che preferiamo non memorizzare, schegge di vasi sotto il tappeto.
Arturo Bandini, protagonista del romanzo Chiedi alla polvere (John Fante), rappresenta l'età in cui esplode la vita, centinaia di scintille senza direzione. E lui non la sa trovare.
Questo pezzo parla di America, a metà tra Kerouac e il disincanto.
America polverosa e ingiallita, America fasulla, finto futuro.
America che puzza di vecchio.
America senza il grande sogno.
Leggete, le ferite sulla polvere.



Mi diressi verso la mia stanza, su per le scale polverose di Bunker Hill, oltre i caseggiati ricoperti di fuliggine che fiancheggiavano la strada buia, dove sabbia, petrolio e grasso soffocavano i futili palmizi che, come prigionieri morenti, erano incatenati a una zolla di terra stretta nella morsa del marciapiede nero. Polvere, vecchie case e vecchia gente seduta alle finestre, vecchi che uscivano traballando dalle porte, e che si trascinavano lungo le strade buie. Vecchi che provenivano dall’Indiana, dall’Iowa e dall’Illinois, da Boston, da Kansas City e da Des Moines, che avevano venduto la casa e il negozio per arrivare, in treno o in automobile, fin qui, nella terra del sole, con appena quanto bastava a sopravvivere finché il sole non li avesse uccisi; vecchi che avevano divelto le loro radici negli ultimi giorni della vita, abbandonando il compiaciuto benessere di Kansas City, di Chicago e di Peoria in cambio di un posto al sole. E poi, una volta arrivati, avevano scoperto che ben altri ladri si erano già impadroniti della terra, e persino del sole. Smith e Jones e Parker, farmacisti, banchieri, panettieri, con la polvere di Chicago, di Cincinnati, di Cleveland sulle scarpe, condannati a morire al sole, e qualche dollaro in banca, abbastanza per abbonarsi al «Los Angeles Times», abbastanza per tenere viva l’illusione che questo fosse il paradiso e che le loro casette di cartapesta fossero dei castelli. Erano sradicati, gente vuota e triste, gente vecchia e giovane, gente di casa mia, condannata a morire al sole. Eccoli i miei concittadini, i nuovi californiani. Con le loro camiciole a colori vivaci e gli occhiali da sole erano in paradiso e si sentivano a casa.
                Ma giù nella Main Street, giù a Towne e a San Pedro, e per un miglio lungo la parte inferiore della Quinta Strada vivevano tutti gli altri; le decine di migliaia che non potevano permettersi né gli occhiali da sole né una camiciola da quattro soldi, che si nascondevano nei vicoli durante il giorno e sgattaiolavano nelle topaie la notte.  Nessuno finisce dentro per vagabondaggio, a Los Angeles, se indossa una camicia fantasia e un paio di occhiali da sole. Ma se avete le scarpe impolverate e portate un maglione pesante, come quelli che si usano dove fa freddo, state certi che non vi andrà liscia. Quindi, se appena potete, procuratevi una polo, ragazzi, e un paio di occhiali, e delle scarpe bianche. Mettetevi l’uniforme. Vi aprirà tutte le porte. E anche voi, che ora siete a casa, fra qualche tempo e dopo congrue dosi del «Times» e dell’«Examiner», finirete per prendere il volo alla volta del Sud assolato. Mangerete hamburger, un giorno dopo l’altro, e andrete ad abitare in appartamenti e alberghi polverosi, brulicanti di insetti, ma ogni mattina, svegliandovi, potrete ammirare lo splendore del sole e l’azzurro eterno del cielo. Le strade pulluleranno di creature raffinate che non possiederete mai e le calde notti semitropicali vi parleranno di avventure romantiche da cui voi sarete esclusi, ma vi sentirete ugualmente in paradiso, ragazzi, laggiù nella terra del sole.
                A quelli che son rimasti a casa potete sempre mentire, tanto non amano la verità, non vogliono conoscerla, preferiscono credere che, prima o poi, anch’essi vi raggiungeranno in paradiso. Non pensate di imbrogliarli. Sanno benissimo com’è il Sud della California. Anche loro leggono i giornali e guardano le riviste illustrate di cui sono tappezzate le edicole di tutt’America. Le foto delle case delle dive le hanno viste anche loro. Non hanno più niente da imparare.