domenica 21 agosto 2011

Cercando un modo

Queste righe le ho buttate giù ieri sera, con il quaderno appoggiato al cuscino.
Sono parole distillate da quello che esattamente sono ora.
E nient'altro.



Il mio reggiseno aspetta piangendo.
Piegato sul comodino, disperde il mio odore nell’aria tumefatta della notte.
Il cielo spurga stelle come sudore.
E il mio cuscino sputa refoli di aria respirata.

Non voglio sogni, stanotte.
I sogni portano speranza, o distruggono il riposo.
Trasportano voci, vibrazioni di vetri, e mentono alla ragione più cauta.
Non voglio sogni, per non poter accorgermi di non avere nessuno a cui raccontarli.

La solitudine mi prende a morsi l’anima.
Rattrappisco in un corpo spruzzato di fiori purulenti.
Appassisce in me la freschezza dei gesti, e ricerco nello specchio uno sguardo indulgente.
La mia testa è zeppa di pensieri che non dirò mai.
Ogni movimento lascia dietro di sé un’ombra definitiva.

Siamo tutti pazzi, che trasciniamo i nostri culi per le strade, e costruiamo per noi stessi, e non sappiamo altro.

Cerco un modo
per far passare la vita
senza che il suo macigno
mi soffochi ora.

sabato 20 agosto 2011

Chi tiene in pugno verità

Racconto minuto e profondo.
Soffia parole che chiedono attenzione.
Sherwood Anderson, questo pezzo s'intitola Il libro delle caricature.
Mi ha preso per la sua lineare e umile certezza.
E perchè mi riconosco, aggrappata ad una verità come fosse la salvezza.
Come se in se stessa potesse darmi la forza. Per vincere.
Ma dimentico sempre
che non siamo in guerra.


                Lo scrittore, un vecchio con i baffi bianchi, dovette penare un po’ per andare a letto. Le finestre della casa dove abitava erano in alto e il vecchio voleva, svegliandosi al mattino, poter vedere gli alberi di fuori. Era venuto un falegname ad accomodare il letto, in modo che fosse all’altezza della finestra.
                S’era fatto un gran parlare della cosa. Venne il falegname, che era stato soldato nella Guerra Civile, entrò nella stanza dello scrittore e si sedette; cominciò a parlare di costruire una piattaforma per elevare il letto. Lo scrittore aveva dei sigari, il falegname fumò.
                Per un po’ i due parlarono dell’elevazione del letto, poi parlarono d’altro. Il soldato entrò nell’argomento guerra. Fu lo scrittore a portarlo su quell’argomento. Il falegname era stato prigioniero nel carcere di Andersonville e aveva perduto un fratello. Questo fratello era morto di fame e tutte le volte che il falegname toccava l’argomento si metteva a piangere. Come il vecchio scrittore, aveva baffi bianchi; quando piangeva arricciava in su le labbra e i baffi saltellavano su e giù. Era comico quel vecchio che piangeva col sigaro in bocca. Il progetto che lo scrittore aveva per l’elevazione del letto fu dimenticato e il falegname finì per fare a modo suo; lo scrittore che aveva più di sessanta anni, dovette salire su una sedia per andare a letto, quella sera.
                A letto lo scrittore si voltò sul fianco e rimase disteso immobile. Da anni gli erano familiari i pensieri sul mal di cuore. Era un fumatore accanito e il cuore faceva i capricci. S’era fatta l’idea di dover morire una volta o l’altra senza aspettarselo e ci pensava sempre quando si metteva a letto. Questo tuttavia non lo turbava, anzi aveva un effetto singolare e non facilmente spiegabile. Lo faceva sentire più vivo, lì, a letto, che in qualunque altro momento. Stava disteso del tutto immobile, vecchio era il suo corpo e non più di grande utilità ormai, ma altrettanto giovane era qualche altra cosa in lui. Era come una donna pregna, solo che la cosa dentro di lui non era un bambino ma un giovanotto. Anzi, non un giovanotto, ma una donna, giovane e con un costume di maglia addosso come quelli dei cavalieri antichi. È assurdo, si capisce, voler dire che cosa c’era nel vecchio scrittore sdraiato a letto, in ascolto dei capricci del suo cuore. C’è da dire piuttosto a che pensava lo scrittore, o a che pensava la giovane dentro di lui.
                Il vecchio scrittore, come chiunque altro al mondo, aveva raccolto nella propria mente durante la lunga vita molti pensieri. Nei tempi addietro era stato veramente un bell’uomo, e un buon numero di donne s’erano innamorate di lui. Inoltre, si capisce, aveva conosciuto molte, moltissime persone; le aveva conosciute in quel modo singolarmente intimo che è diverso dal modo in cui conosciamo le persone io e voi. Almeno, questo è quello che lo scrittore pensava, e pensarlo gli faceva piacere. Si può prendersela con un vecchio per quel che pensa?
                A letto, lo scrittore ebbe un sogno che non era un sogno. Mentre, ancora sveglio, stava per cedere al sonno, cominciarono a presentarsi ai suoi occhi delle figure. Egli immaginava che la cosa giovane e indescrivibile in lui guidasse davanti ai suoi occhi una lunga processione.
                Si capisce che tutto l’interessa della cosa sta nelle figure che sfilarono davanti agli occhi dello scrittore. Erano tutte caricature. Tutti gli uomini e tutte le donne che lo scrittore aveva conosciuto s’erano trasformati in caricature. Non tutte le caricature erano brutte. Ve n’erano di divertenti, di quasi belle o di bellissime; una, una donna dalle forme notevolmente accentuate, colpì lo scrittore tanto era caricaturale. Al suo passaggio il vecchio emise un suono simile al guaito di un cagnolino. A entrar nella stanza c’era da pensare che il vecchio stesse facendo brutti sogni o che avesse l’indigestione.
                Per un’ora la processione delle caricature sfilò davanti agli occhi del vecchio; poi, sebbene fosse per lui un’impresa penosa, il vecchio scese dal letto e si mise a scrivere. Qualcuna di quelle caricature gli aveva fatto un’impressione profonda, ed egli desiderava descriverla.
                A tavolino, lo scrittore lavorò per un’ora. Alla fine scrisse un libro che chiamò Il libro delle caricature. Non fu mai pubblicato, ma io lo vidi una volta e ne ebbi un’impressione incancellabile. C’era nel libro un pensiero centrale, molto singolare, che mi è sempre rimasto in mente. Quel pensiero mi ha permesso di capire molte persone e molte cose che prima non ero mai riuscito a capire. Il pensiero, naturalmente, non era espresso, ma una semplice esposizione di esso suonerebbe press’a poco così:
                In principio, quando il mondo era giovane, c’erano molti pensieri ma non esisteva nulla di simile a una verità. Le verità le fabbricò l’uomo, e ogni verità fu composta da un grande numero di pensieri imprecisi. Così in tutto il mondo ci furono verità. Ed erano meravigliose.
                Il vecchio aveva elencato nel suo libro centinaia di verità. Io non cercherò di riferirvele tutte. C’erano la verità della verginità e la verità della passione, la verità della ricchezza e quella della povertà, della modestia e dello sperpero, dell’indifferenza e dell’entusiasmo. Centinaia e centinaia erano le verità, ed erano tutte meravigliose. Poi veniva la gente. Ognuno, appena compariva, si gettava su una delle verità e se ne impadroniva; alcuni, molto forti, arrivavano a possederne una dozzina contemporaneamente.
                Erano le verità che trasformavano la gente in caricature grottesche. Il vecchio aveva una sua complessa teoria a questo proposito. Era sua opinione che quando qualcuno s’impadroniva di una verità, e diceva che quella era la sua verità e si sforzava di vivere secondo essa, allora costui si trasformava in una caricatura, e la verità che egli abbracciava, in una menzogna.
                Voi capite come il vecchio, che aveva passato tutta la sua vita a scrivere, e che era pieno di parole, potesse scrivere centinaia di pagine su questo. L’argomento poteva diventare tanto grande nella sua mente da trasformare lui stesso in una caricatura. Così invece non fu, per la medesima ragione, credo io, che gli impedì di pubblicare il libro. Fu la giovane cosa dentro di lui che salvò il vecchio.
                Quanto al vecchio falegname che accomodò il letto dello scrittore, io l’ho nominato soltanto perché, come accade a coloro che fanno parte della cosiddetta gente comune, egli divenne, di tutte le caricature del libro dello scrittore, quella che più delle altre poteva essere capita e amata.

venerdì 19 agosto 2011

Il fatto che c’è così poca Bellezza

Questa volta ho trascritto un pezzetto di un film.
S'intitola Lezione Ventuno, scritto e diretto da Alessandro Baricco.
Il frammento che vi presento è un dialogo tra Marta, studentessa laureata, e il suo geniale professore Mondrian Kilroy.
Parlano di musica, e precisamente del fallimento della Nona Sinfonia di Beethoven.
Leggete queste parole traboccanti di poesia.
Si svelano piano, e sottovoce sfavillano.


 
Marta: “Magari era solo perché lui era un genio e il pubblico no. E fu per questo che non lo capirono.”

Professore: “Eh, no. Quella è la solita favola e non la voglio sentire, soprattutto da te. Soltanto dieci anni prima il pubblico lo capiva benissimo, anzi, ne aveva fatto una star. Cos’è, erano diventati di colpo tutti stupidi? No. Il fatto è che loro erano un mondo in cammino. Mentre Beethoven, lui, era sprofondato in se stesso. Credimi, non capirono quella Sinfonia non perché fosse troppo avanti per i tempi, ma non la capirono perché era troppo indietro. Quella era musica vecchia.”

Marta: “Questa non gliela farebbero proprio passare all’università.”

Professore: (ride) “Però è così, non ci sono santi, si alzavano e se ne andavano, Marta.
Guarda, non capirai mai niente della Nona se non tieni conto che lui era vecchio. Sordo. Solo. Discretamente disperato, ma soprattutto. Era vecchio. E quella era la musica di un uomo vecchio.”

Marta: “Era musica fuori moda, sono d’accordo con lei, ma guardi cos’è successo dopo. È diventata il modello per tanti grandi, una lezione, quasi.”

Professore: “Sai cosa mi commuove nella Nona? Il fatto che c’è così poca Bellezza. E questa è una cosa tipica dei vecchi. Non l’hai mai voluta capire, tu, questa cosa. Quando si è vecchi, avere a che fare con la Bellezza è maledettamente complicato. Di tanto in tanto la puoi anche rubare, come un miracolo, ma la regola è che l’hai perduta per sempre. Sì, puoi ricordarti bene di quando eri così forte o leggero da allungare la mano e prendertela, ma non è più così. Mai.
Tu lo sai qual è la vera tragedia? Che la forza invecchia nella complessità, e la leggerezza nella pazzia.
La forza costruisce e costruisce, e alla fine non c’è più spiraglio, non trovi più una porta aperta. Niente.
E la leggerezza, sempre svapora. Diventa una cosa inutile. Come un volo senza uccelli.
Beethoven, che era la forza, diventò incomprensibile. E Rossini, che era la leggerezza, impazzì.
E io che sono il professor Mondrian Kilroy sto seduto qui in un bowling. Con la mia cena.
Piccolo riassunto della lezione, Marta. Nella Nona Sinfonia c’è intelligenza. Genio. Libertà. Ma c’è così poca Bellezza. Proprio perché non gli riusciva più di... Doveva farsi strada tra tutta quella complessità.
I gesti dei vecchi. Sempre così complicati. Difficili.
Ritrovare per un attimo un po’ di Bellezza. Ci riuscì, forse, un paio di volte ancora prima di morire, ma non nella Nona. Tempo dopo. Musica piccola. Niente a che vedere con cori, oppure... Musica piccola.
Io ogni tanto me lo immagino, sai, lì nel deserto ghiacciato della sua vecchiaia. D’improvviso ritrovare i passi lievi della Bellezza per riuscire a sfiorarla, stringerla, con un unico, preciso gesto.
Un miracolo.
Tutti ci meriteremmo un miracolo così.
Ce lo dovrebbero concedere nell’ultimo istante, in cambio del morire.
In onore di questo nostro paziente, splendido morire.”

Ed ecco qui, per chi lo desidera, la piccola parte del film. Lucente.