giovedì 27 ottobre 2011

Leggere il fiume

Chi è andato a pescare, anche una sola volta nella vita, sa cosa vuol dire "leggere il fiume".
Ho incontrato questo libro, In mezzo scorre il fiume, seguendo il percorso dei miei studi.
E' scritto senza stacchi, senza spazi bianchi, senza divisione in capitoli, un fiume di parole.
Ho amato questi uomini, questi eroi lucenti che lottano contro la furbizia dei pesci, che trovano nel vociare del fiume la risposta alle loro domande.
E ho respirato davvero, in queste parole, l'odore fresco dell'acqua che rotola, veloce.
Ho scelto questo pezzo perchè contiene l'atmosfera totale del romanzo.
A voi due fratelli, un padre, Dio, e il Big Blackfoot River.



                Vedevo il sole davanti a me. Dall’ombra, quell’esplosione di luce dava l’impressione che io e un fiume dentro le viscere della terra stessimo per fare la nostra comparsa in superficie. Anche se al momento vedevo solo la luce del sole, e niente di quello che c’era dentro, sapevo che mio padre era seduto da qualche parte lungo l’argine. Lo sapevo in parte perché io e lui avevamo gli stessi impulsi, perfino quello di smettere di pescare più o meno alla stessa ora. Ero sicuro, anche senza vedere cosa ci fosse dentro la luce di fronte a me, che era seduto al sole a leggere il Nuovo Testamento in greco. Lo sapevo sia per istinto che per esperienza.
                La vecchiaia gli aveva portato momenti di pace assoluta. Perfino quando andavamo a caccia di anatre, e il fracasso delle fucilate mattutine taceva, mio padre si sedeva nel capanno, avvolto in una vecchia coperta dell’esercito, con il suo Nuovo Testamento in greco in una mano e il fucile nell’altra. Quando arrivava qualche anatra solitaria, metteva giù il libro e alzava il fucile, e dopo aver sparato riprendeva in mano il libro, interrompendo la lettura solo per ringraziare il cane di aver riportato l’anatra.
                Le voci del fiume sotterraneo in ombra erano diverse dalle voci del fiume illuminato dal sole davanti a me. All’ombra del dirupo, il fiume era profondo e impegnato in cose profonde: di tanto in tanto girava su se stesso, per ripetere le stesse cose e assicurarsi di averle capite, di aver capito se stesso. Il fiume davanti a me, invece, usciva nel mondo pieno di sole come un chiacchierone, faceva del suo meglio per essere cordiale. Si inchinava a una sponda, poi all’altra, di modo che nessuna si sentisse trascurata.
                Ormai riuscivo a vedere dentro il sole, e avevo individuato mio padre. Sedeva in cima all’argine. Non aveva il cappello. Dentro la luce, i suoi capelli rossi sbiaditi erano tornati fiammeggianti e bellissimi. Stava leggendo, anche se evidentemente solo frase per frase, dato che di tanto in tanto alzava gli occhi dal libro. Non lo chiuse, però, se non dopo un po’ che mi ebbe visto.
                Io mi inerpicai su per l’argine e gli chiesi: «Quanti ne hai presi?». Lui disse: «Tutti quelli che volevo». Io insistetti: «Ma quanti ne hai presi?». «Quattro o cinque». «Belli?». «Bellissimi».
                Era più o meno l’unico uomo che conoscevo a usare la parola «bellissimo» normalmente, nel discorso, e immagino di aver preso anch’io quell’abitudine stando con lui da piccolo.
                «E tu quanti ne hai presi?» chiese lui. «Anch’io ho preso tutti quelli che volevo» risposi. Evitò di chiedermi quanti esattamente, e invece domandò: «Belli?». «Bellissimi» dissi io, e gli sedetti accanto.
                «Che cosa stavi leggendo?» gli chiesi. «Un libro» disse lui. L’aveva posato a terra, dall’altro lato. Perché non fossi costretto a sporgermi sopra le sue ginocchia e guardare, mi disse: «Un buon libro».
                Poi continuò: «Nella parte che stavo leggendo dice che in principio era il Verbo, ed è proprio così. Un tempo credevo che l’acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente, ci si rende conto che sotto ci sono le parole».
                «Questo perché tu sei prima un predicatore e poi un pescatore» gli dissi. «Se chiedi a Paul, ti dirà che le parole si formano con l’acqua».
                «No,» disse mio padre «è che tu non ascolti attentamente. L’acqua scorre sopra le parole. Paul ti direbbe la stessa cosa. Ma dov’è Paul?».
                Gli dissi che era tornato a pescare nella prima buca. «Ma ha promesso di venire presto» lo rassicurai. «Arriverà quando avrà fatto il suo cestino» disse lui. «Arriverà tra poco» lo rassicurai, anche perché lo vedevo già nelle ombre sotterranee.
                Mio padre si rimise a leggere, e io cercai di verificare quello che avevamo detto ascoltando con attenzione. Paul stava pescando in fretta: ne prendeva uno qua e uno là, e li riportava a riva velocemente. Quando arrivò proprio di fronte a noi, alzò un dito per ogni mano, e mio padre disse: «Deve prenderne ancora due».
                Guardai il libro per vedere a che punto era aperto. Sapevo abbastanza il greco da riconoscere λόγος come il Verbo. Da quello, e dall’argomento, immaginai che fosse il primo versetto di Giovanni. Mentre guardavo, papà disse: «Ne ha preso uno».
                Era difficile crederci, perché Paul stava pescando davanti a noi, sull’altro lato della buca dove papà aveva appena finito di pescare. Mio padre si alzò in piedi, cercò un sasso di discrete dimensioni, e se lo nascose dietro la schiena. Paul portò a riva il pesce, e tornò in acqua per prendere il numero venti, il suo cestino. Non appena fece il primo lancio, papà gettò il sasso. Era abbastanza vecchio, ormai, da gettarlo con un gesto goffo, e da massaggiarsi la spalla dopo averlo gettato, ma il sasso finì nel fiume più o meno nello stesso punto in cui Paul aveva lanciato la sua mosca, e più o meno nello stesso istante. Ora capirete da chi mio fratello avesse imparato a lanciare i sassi nella buca del suo compagno, quando non sopportava più di vederlo prender pesci. Paul si sorprese solo per un attimo. Poi vide papà sull’argine, intento a massaggiarsi la spalla, e si mise a ridere. Agitò il pugno nella sua direzione, indietreggiò fino a riva e scese lungo il fiume fino a portarsi fuori tiro. Da lì, entrò di nuovo in acqua e ricominciò a lanciare. Ma ora era troppo lontano perché potessimo vedere la lenza e gli anelli che formava. Era un uomo con una bacchetta nel fiume, e qualunque cosa stesse succedendo dovevamo indovinarla da quello che facevano l’uomo, la bacchetta e il fiume.
                Quando uscì dal guado il suo braccio destro ruotava massiccio avanti e indietro. Ogni rotazione del braccio gli gonfiava il petto. Ogni rotazione era più veloce, più alta e più lunga della precedente, fino a quando il braccio non si fece provocatorio e il petto non salì al cielo. Dalla riva eravamo sicuri, anche se non riuscivamo a vedere la lenza, che l’aria sopra di lui cantava di anelli di filo che non sfioravano mai l’acqua ma diventavano sempre più larghi man mano che passavano e cantavano. E capivamo cos’avesse in mente Paul dal provocatorio allungarsi di quel braccio. Non avrebbe permesso alla mosca di toccare l’acqua vicino alla riva, dove c’erano i pesci di piccola e media grandezza. Capivamo dal braccio e dal petto che ogni parte di lui stava dicendo: «L’ultimo non sarà piccolo». Stava mettendo tutto se stesso in un gran lancio per prendere un ultimo grosso pesce.
                Dalla nostra posizione in cima all’argine, io e mio padre riuscivamo a capire in quale punto lontano la bacchetta avrebbe permesso alla mosca di toccar l’acqua. In mezzo al fiume c’era un iceberg di roccia, con la punta affiorante e il resto,  una casa di roccia, nascosto sott’acqua. Rispondeva a tutti i requisiti della dimora di un grosso pesce: acqua che scorre veloce portando cibo alla porta d’ingresso e a quella posteriore, e ombra e quiete dietro le porte.
                Mio padre disse: «Dev’essercene uno grosso, laggiù».
                Io dissi: «Nessun pesce piccolo potrebbe vivere là sotto».
                Mio padre disse: «Quello grosso non glielo permetterebbe».
                Mio padre capì dall’ampiezza del petto che Paul avrebbe lanciato alla prossima rotazione. Non poteva farne di più ampie. «Volevo pescare anch’io laggiù,» disse «ma non riuscirei a lanciare così lontano».
                Il corpo di Paul girò su se stesso come se stesse per fare un tiro di trecento metri a golf, il braccio salì in un grande arco e la punto della bacchetta si piegò come una molla. Poi tutti si mise a saltare e cantare.
                All’improvviso l’azione finì. L’uomo restò immobile. La bacchetta si raddrizzò, priva di potenza. Puntava alle dieci, e le dieci puntavano alla roccia affiorante. Per un attimo l’uomo sembrò un essere insignificante con la bacchetta, intento a spiegare una roccia alla roccia. Solo l’acqua continuava a muoversi. In un punto sopra la cima della casa di roccia, una mosca venne lanciata dentro un’acqua cos’ impetuosa che solo un pesce grosso poteva essere là sotto ad aspettarla.
                Poi l’universo attaccò la spina. La bacchetta ebbe un movimento convulso, quando entrò in contatto con la magica corrente del mondo, e cercò di liberarsi con un salto dalla mano destra dell’uomo. La mano sinistra sembrava agitarsi in un addio frenetico a un pesce, ma in realtà stava cercando di dar lenza sufficiente a ridurre il voltaggio e a lenire la scossa di quel che aveva abboccato.
                Tutto sembrava carico di elettricità, ma non connesso elettricamente. Scintille di elettricità apparvero qua e là sul fiume. Un pesce saltò fuori dall’acqua, così lontano verso valle da sembrare fuori dal campo elettrico dell’uomo. Ma, quando il pesce era saltato fuori, l’uomo si era piegato indietro con la canna, e allora il pesce era ripiombato in acqua in modo incontrollato. Le connessioni tra le convulsioni e le scintille si fecero più chiare, ripetendosi. Quando l’uomo si piegò all’indietro con la canna e il pesce tornò in acqua non del tutto volontariamente, la mano dell’uomo si agitò frenetica in un altro addio, e molto più giù un pesce tornò a saltare. Per via delle connessioni, diventò lo stesso pesce.
                Il pesce fece altre tre lunghe corse prima che cominciasse il secondo atto. Anche se l’atto aveva come protagonisti un uomo grosso e un pesce grosso, sembrava più una recita per bambini. La mano sinistra dell’uomo cominciò surrettiziamente a recuperare lenza, e poi, come colta in fallo, la lasciò andare tutta, mentre il pesce si faceva furbo e partiva per la quarta puntata.
                «Lo prenderà» assicurai a mio padre.
                «Senza dubbio» disse mio padre. La lenza libera si fece più corta di quella tenuta nella mano sinistra.
                Quando Paul si girò a guardare dentro l’acqua alle proprie spalle, noi capimmo che stava per tirare a riva il pesce e non voleva inciampare in una roccia, o sprofondare in una buca, indietreggiando. Capimmo che aveva trascinato il pesce nell’acqua bassa perché teneva la canna sempre più alta, per impedire al pesce di andare a sbattere contro qualche ostacolo sul fondo. Proprio quando cominciavamo a pensare che lo spettacolo fosse finito, la bacchetta ebbe un movimento convulso e l’uomo si mosse controcorrente dietro una potenza sconosciuta in partenza per le profondità.
                «Quel figlio di puttana ha ancora voglia di lottare» credetti di dire tra me e me, ma lo dissi ad alta voce, inconfondibilmente, e provai imbarazzo per averlo detto ad alta voce davanti a mio padre. Lui non disse niente.
                Paul riuscì a trascinare il pesce vicino alla riva atre tre o quattro volte, solo per vederlo sguittar via e tornar sotto, ma anche da lontano io e mio padre riuscivamo a percepire lo scemare della potenza sott’acqua. La canna salì alta nell’aria, e l’uomo indietreggiò velocemente ma in modo uniforme, movimenti che, tradotti in avvenimenti, significavano che il pesce aveva tentato di riposare per un attimo in superficie e che l’uomo ne aveva approfittato per alzare velocemente la canna e trascinarlo a riva prima che potesse pensare di tornare sott’acqua. Lo trascinò tra le rocce fino a una lingua di sabbia, prima che il pesce sbalordito, boccheggiando, si accorgesse di non poter vivere nell’ossigeno. Con disperazione tardiva, si rizzò sulla sabbia e consumò il resto della sua bellissima vita a fare la Danza della Morte sulla coda.
                L’uomo depose la bacchetta, si mise ginocchioni sulla sabbia e, come un animale, girò intorno all’altro animale, in attesa.
                Poi la spalla si alzò di colpo, e mio fratello si rimise in piedi, si girò verso di noi e, con un braccio alzato, si autoproclamò vincitore. Qualcosa di gigantesco gli pendeva dalla mano stretta a pugno. Se qualche antico romano l’avesse visto in quel momento, avrebbe pensato che la cosa che penzolava portasse l’elmo.
                «Questo è il suo cestino» dissi a mio padre.
                «Paul è bellissimo» disse mio padre, anche se mio fratello aveva appena finito di pescare nella buca dove aveva già pescato lui.
                Quello fu l’ultimo pesce che Paul pescò sotto i nostri occhi. Io e mio padre riandammo a quel momento parecchie volte, in seguito, e qualunque altro sentimento provassimo, ci sembrò sempre giusto che, guardandolo prendere l’ultimo pesce, non vedessimo il pesce ma solo l’arte del pescatore.

giovedì 22 settembre 2011

Donne dagli occhi grandi


Questo racconto mi tocca particolarmente da vicino.
Ha una dolcezza fiera e possente.
E' scritto con la delicatezza e la malinconia di chi sa quello che racconta, e allo stesso tempo le sue parole sono permeate di leggerezza sottile.
Leggete, donne, e prendetevi una minuta e silenziosa rivincita.



La zia Daniela s’innamorò come s’innamorano sempre le donne intelligenti: come un’idiota. Lo aveva visto arrivare un mattino, le spalle erette e il passo sereno, e aveva pensato: “Quest’uomo si crede Dio”. Ma dopo averlo sentito raccontare storie di mondi lontani e di passioni sconosciute, si innamorò di lui e delle sue braccia come se non parlasse latino sin da bambina, non avesse studiato logica e non avesse sorpreso mezza città imitando i giochi poetici di Góngora e di suor Juana Inés de la Cruz come chi risponde a una filastrocca durante la ricreazione.
                Era tanto colta che nessun uomo voleva mettersi con lei, per quanto avesse occhi di miele e labbra di rugiada, per quanto il suo corpo solleticasse l’immaginazione risvegliando il desiderio di vederlo nudo, per quanto fosse bella come la Madonna del Rosario. Gli uomini avevano paura di amarla, perché c’era qualcosa nella sua intelligenza che suggeriva sempre un disprezzo per il sesso opposto e le sue incertezze.
                Ma quell’uomo che nulla sapeva di lei e dei suoi libri le si accostò come a chiunque altra. Allora la zia Daniela lo dotò di un’intelligenza abbagliante, una virtù angelica e un talento d’artista. Il suo cervello lo guardò in tanti modi che in capo a dodici giorni credette di conoscere cento uomini.
                Lo amò convinta che Dio possa aggirarsi tra i mortali, dedicando tutta se stessa ai desideri e alle stramberie di un uomo che non aveva mai avuto intenzione di rimanere e non aveva mai capito neppure uno di tutti i poemi che Daniela aveva voluto leggergli per spiegare il suo amore.
                Un giorno, così com’era venuto, se ne andò senza neppure salutare. Non ci fu allora in tutta l’intelligenza della zia Daniela una sola scintilla in grado di spiegarle ciò che era successo.
                Ipnotizzata da un dolore senza nome né destino, diventò la più stupida delle stupide. Perderlo fu un dolore lungo come l’insonnia, una vecchiaia di secoli, l’inferno.
                Per pochi giorni di luce, per un indizio, per gli occhi d’acciaio e di supplica che le aveva prestato una notte, la zia Daniela sotterrò la voglia di vivere e cominciò a perdere lo splendore della pelle, la forza delle gambe, l’intensità della fronte e delle viscere.
                Nel giro di tre mesi divenne quasi cieca, le crebbe una gobba sulla schiena e dovette succedere qualcosa anche al suo termostato interno, perché, nonostante indossasse anche in pieno sole calze e cappotto, batteva i denti dal freddo come se vivesse al centro stesso dell’inverno. La portavano fuori a prendere aria come un canarino. Le mettevano accanto frutta e biscotti da becchettare, ma sua madre si portava via il vassoio intatto mentre Daniela rimaneva muta, nonostante gli sforzi che tutti facevano per distrarla.
                All’inizio la invitavano a uscire, per vedere se, guardando i colombi e osservando la gente che andava e veniva, qualcosa in lei ricominciasse a dare segni di attaccamento alla vita. Provarono di tutto. Sua madre se la portò in Spagna e le fece girare tutti i locali sivigliani di flamenco senza ottenere da lei nulla più di una lacrima una sera in cui il cantante era allegro. La mattina seguente inviò un telegramma a sua marito: “Comincia a migliorare, ha pianto un secondo”. Era diventata un arbusto secco, andava dove la portavano e appena poteva si lasciava cadere sul letto come se avesse lavorato ventiquattr’ore di seguito in una piantagione di cotone. Alla fine non ebbe più forze che per gettarsi su una sedia e dire a sua madre: “Ti prego, andiamocene a casa”.
                Quando tornarono, la zia Daniela camminava a stento, e da allora non volle più alzarsi dal letto. Non voleva neppure lavarsi, né pettinarsi, né fare pipì. Un mattino non riuscì neppure ad aprire gli occhi.
                È morta!” sentì esclamare intorno a sé, e non trovò la forza di negarlo.
                Qualcuno suggerì a sua madre che un tale comportamento fosse un ricatto, un modo di vendicarsi degli altri, una posa da bambina viziata che, se di colpo avesse perso la tranquillità di casa sua e la pappa pronta, si sarebbe data da fare per guarire da un giorno all’altro. Sua madre fece lo sforzo di crederci e seguì il consiglio di abbandonarla sul portone della cattedrale. La lasciarono lì una notte con la speranza di vederla tornare, affamata e furiosa, di nuovo quella di un tempo. La terza notte la raccolsero dal portone della cattedrale con la polmonite e la portarono all’ospedale tra le lacrime di tutta la famiglia.
                All’ospedale andò a farle visita la sua amica Elidé, una giovane dalla pelle luminosa che parlava senza posa e che sosteneva di saper curare il mal d’amore. Chiese che le permettessero di prendersi cura dell’anima e dello stomaco di quella naufraga. Era una creatura allegra e attiva. Ascoltarono il suo parere. Secondo lei, l’errore nella cura della sua intelligente amica consisteva nel consiglio di dimenticare. Dimenticare era una cosa impossibile. Quel che bisognava fare era imbrigliare i suoi ricordi perché non la uccidessero, perché la obbligassero a continuare a vivere.
                I genitori ascoltarono la ragazza con la stessa indifferenza che ormai suscitava in loro qualsiasi tentativo di curare la figlia. Davano per scontato che non sarebbe servito a nulla, ma autorizzavano il tentativo come se non avessero ancora perso la speranza che ormai avevano perso.
                Le misero a dormire nella stessa stanza. Passando davanti a quella porta, in qualsiasi momento, si udiva l’infaticabile voce di Elidé parlare dell’argomento con la stessa ostinazione con la quale un medico veglia un moribondo. Non stava zitta un minuto. Non le dava tregua. Un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra.
                “Come hai detto che erano le sue mani?”, chiedeva. Se la zia Daniela non rispondeva, Elidé attaccava su un altro fronte.
                “Aveva occhi verdi? Castani? Grandi?”
                “Piccoli”, rispose la zia Daniela, aprendo bocca per la prima volta in un mese.
                “Piccoli e torbidi?”, domandò la zia Elidé.
                “Piccoli e fieri”, rispose la zia Daniela, e ricadde nel suo mutismo per un altro mese.
                “Era sicuramente del Leone. Sono così, i Leoni”, diceva la sua amica tirando fuori un libro sui segni zodiacali. Le leggeva tutte le nefandezze che un Leone può commettere. “E poi sono bugiardi. Ma tu non devi lasciarti andare, tu sei un Toro: sono forti, le donne del Toro”.
                “Di bugie sì che ne ha dette”, le rispose Daniela una sera.
                “Quali? Non te ne scordare! Perché il mondo non è tanto grande da non incontrarlo mai più, e allora gli ricorderai le sue parole: una per una, quelle che ti ha detto e quelle che ha fatto dire a te”.
                “Non voglio umiliarmi”.
                “Sarai tu a umiliare lui. Sarebbe troppo facile, seminare parole e poi filarsela”.
                “Le sue parole mi hanno illuminata”, lo difese la zia Daniela.
                “Si vede, come ti hanno illuminata!”, diceva la sua amica, arrivate a questo punto.
                Dopo tre mesi ininterrotti di parole la fece mangiare come Dio comanda. Non si rese neppure conto di come fosse successo. L’aveva portata a fare una passeggiata in giardino. Teneva sottobraccio una cesta con frutta, pane, burro, formaggio e tè. Stese una tovaglia sull’erba, tirò fuori la roba e continuò a parlare mettendosi a mangiare senza offrirle nulla.
                “Gli piaceva l’uva”, disse l’ammalata.
                “Capisco che ti manchi”.
                “Sì”, disse la zia Daniela, portandosi alla bocca un grappolo d’uva. “Baciava divinamente. E aveva la pelle morbida, sulla schiena e sulla pancia”.
                “E com’era... sai di che cosa parlo”, disse l’amica, come se avesse sempre saputo che cosa la torturava.
                “Non te lo dico”, rispose Daniela ridendo per la prima volta dopo mesi. Mangiò poi pane e burro, formaggio e tè.
                “Bello?”, chiese Elidé.
                “Sì”, rispose l’ammalata, ricominciando a essere se stessa.
                Una sera scesero a cena. La zia Daniela indossava un vestito nuovo e aveva i capelli lucidi e puliti, finalmente liberi dalla treccia polverosa che non si era pettinata per tanto tempo.
                Venti giorni più tardi, le due ragazze avevano ripassato i ricordi da cima a fondo, fino a renderli banali. Tutto ciò che la zia Daniela aveva cercato di dimenticare, sforzandosi di non pensarci, a furia di ripeterlo divenne per lei indegno di ricordo. Castigò il suo buon senso sentendosi raccontare una dopo l’altra le centoventimila sciocchezze che l’avevano resa felice e disgraziata.
                “Ormai non desidero più neppure vendicarmi”, disse un mattino a Elidé. “Sono stufa marcia di questa storia”.
                “Come? Non mi ridiventare intelligente, adesso”, disse Elidé. “Questa è sempre stata una questione di ragione offuscata: non vorrai trasformarla in qualcosa di lucido? Non sprecarla, ci manca la parte migliore: dobbiamo ancora andare a cercare quell’uomo in Europa e in Africa, in Sudamerica e in India, dobbiamo trovarlo e fare un baccano tale da giustificare i nostri viaggi. Dobbiamo ancora visitare la Galleria Pitti, vedere Firenze, innamorarci a Venezia, gettare una moneta nella Fontana di Trevi. Non vogliamo inseguire quell’uomo che ti ha fatto innamorare come un’imbecille e poi se n’è andato?”.
                Avevano programmato di girare il mondo in cerca del colpevole, e questa storia che la vendetta non fosse più imprescindibile nella cura della sua amica era stata un brutto colpo per Elidé. Dovevano perdersi per l’India e il Marocco, la Bolivia e il Congo, Vienna e soprattutto l’Italia. Non aveva mai pensato di poterla trasformare in un essere razionale dopo averla vista paralizzata e quasi pazza quattro mesi prima.
                “Dobbiamo andare a cercarlo. Non mi diventare intelligente prima del tempo”, le diceva.
                È arrivato ieri”, le rispose la zia Daniela un giorno.
                “Come lo sai?”
                “L’ho visto. Ha bussato al mio balcone come una volta”.
                “E che cosa hai provato?”
                “Niente”.
                “E che cosa ti ha detto?”
                “Tutto”.
                “E che cosa gli hai risposto?”
                “Ho richiuso la finestra”.
                “E adesso?”, domandò la terapista.
                “Adesso sì ce ne andiamo in Italia: gli assenti si sbagliano sempre”.
                E se ne andarono in Italia sull’onda delle parole di Dante: “Poi piovve dentro al’alta fantasia”.

domenica 21 agosto 2011

Cercando un modo

Queste righe le ho buttate giù ieri sera, con il quaderno appoggiato al cuscino.
Sono parole distillate da quello che esattamente sono ora.
E nient'altro.



Il mio reggiseno aspetta piangendo.
Piegato sul comodino, disperde il mio odore nell’aria tumefatta della notte.
Il cielo spurga stelle come sudore.
E il mio cuscino sputa refoli di aria respirata.

Non voglio sogni, stanotte.
I sogni portano speranza, o distruggono il riposo.
Trasportano voci, vibrazioni di vetri, e mentono alla ragione più cauta.
Non voglio sogni, per non poter accorgermi di non avere nessuno a cui raccontarli.

La solitudine mi prende a morsi l’anima.
Rattrappisco in un corpo spruzzato di fiori purulenti.
Appassisce in me la freschezza dei gesti, e ricerco nello specchio uno sguardo indulgente.
La mia testa è zeppa di pensieri che non dirò mai.
Ogni movimento lascia dietro di sé un’ombra definitiva.

Siamo tutti pazzi, che trasciniamo i nostri culi per le strade, e costruiamo per noi stessi, e non sappiamo altro.

Cerco un modo
per far passare la vita
senza che il suo macigno
mi soffochi ora.

sabato 20 agosto 2011

Chi tiene in pugno verità

Racconto minuto e profondo.
Soffia parole che chiedono attenzione.
Sherwood Anderson, questo pezzo s'intitola Il libro delle caricature.
Mi ha preso per la sua lineare e umile certezza.
E perchè mi riconosco, aggrappata ad una verità come fosse la salvezza.
Come se in se stessa potesse darmi la forza. Per vincere.
Ma dimentico sempre
che non siamo in guerra.


                Lo scrittore, un vecchio con i baffi bianchi, dovette penare un po’ per andare a letto. Le finestre della casa dove abitava erano in alto e il vecchio voleva, svegliandosi al mattino, poter vedere gli alberi di fuori. Era venuto un falegname ad accomodare il letto, in modo che fosse all’altezza della finestra.
                S’era fatto un gran parlare della cosa. Venne il falegname, che era stato soldato nella Guerra Civile, entrò nella stanza dello scrittore e si sedette; cominciò a parlare di costruire una piattaforma per elevare il letto. Lo scrittore aveva dei sigari, il falegname fumò.
                Per un po’ i due parlarono dell’elevazione del letto, poi parlarono d’altro. Il soldato entrò nell’argomento guerra. Fu lo scrittore a portarlo su quell’argomento. Il falegname era stato prigioniero nel carcere di Andersonville e aveva perduto un fratello. Questo fratello era morto di fame e tutte le volte che il falegname toccava l’argomento si metteva a piangere. Come il vecchio scrittore, aveva baffi bianchi; quando piangeva arricciava in su le labbra e i baffi saltellavano su e giù. Era comico quel vecchio che piangeva col sigaro in bocca. Il progetto che lo scrittore aveva per l’elevazione del letto fu dimenticato e il falegname finì per fare a modo suo; lo scrittore che aveva più di sessanta anni, dovette salire su una sedia per andare a letto, quella sera.
                A letto lo scrittore si voltò sul fianco e rimase disteso immobile. Da anni gli erano familiari i pensieri sul mal di cuore. Era un fumatore accanito e il cuore faceva i capricci. S’era fatta l’idea di dover morire una volta o l’altra senza aspettarselo e ci pensava sempre quando si metteva a letto. Questo tuttavia non lo turbava, anzi aveva un effetto singolare e non facilmente spiegabile. Lo faceva sentire più vivo, lì, a letto, che in qualunque altro momento. Stava disteso del tutto immobile, vecchio era il suo corpo e non più di grande utilità ormai, ma altrettanto giovane era qualche altra cosa in lui. Era come una donna pregna, solo che la cosa dentro di lui non era un bambino ma un giovanotto. Anzi, non un giovanotto, ma una donna, giovane e con un costume di maglia addosso come quelli dei cavalieri antichi. È assurdo, si capisce, voler dire che cosa c’era nel vecchio scrittore sdraiato a letto, in ascolto dei capricci del suo cuore. C’è da dire piuttosto a che pensava lo scrittore, o a che pensava la giovane dentro di lui.
                Il vecchio scrittore, come chiunque altro al mondo, aveva raccolto nella propria mente durante la lunga vita molti pensieri. Nei tempi addietro era stato veramente un bell’uomo, e un buon numero di donne s’erano innamorate di lui. Inoltre, si capisce, aveva conosciuto molte, moltissime persone; le aveva conosciute in quel modo singolarmente intimo che è diverso dal modo in cui conosciamo le persone io e voi. Almeno, questo è quello che lo scrittore pensava, e pensarlo gli faceva piacere. Si può prendersela con un vecchio per quel che pensa?
                A letto, lo scrittore ebbe un sogno che non era un sogno. Mentre, ancora sveglio, stava per cedere al sonno, cominciarono a presentarsi ai suoi occhi delle figure. Egli immaginava che la cosa giovane e indescrivibile in lui guidasse davanti ai suoi occhi una lunga processione.
                Si capisce che tutto l’interessa della cosa sta nelle figure che sfilarono davanti agli occhi dello scrittore. Erano tutte caricature. Tutti gli uomini e tutte le donne che lo scrittore aveva conosciuto s’erano trasformati in caricature. Non tutte le caricature erano brutte. Ve n’erano di divertenti, di quasi belle o di bellissime; una, una donna dalle forme notevolmente accentuate, colpì lo scrittore tanto era caricaturale. Al suo passaggio il vecchio emise un suono simile al guaito di un cagnolino. A entrar nella stanza c’era da pensare che il vecchio stesse facendo brutti sogni o che avesse l’indigestione.
                Per un’ora la processione delle caricature sfilò davanti agli occhi del vecchio; poi, sebbene fosse per lui un’impresa penosa, il vecchio scese dal letto e si mise a scrivere. Qualcuna di quelle caricature gli aveva fatto un’impressione profonda, ed egli desiderava descriverla.
                A tavolino, lo scrittore lavorò per un’ora. Alla fine scrisse un libro che chiamò Il libro delle caricature. Non fu mai pubblicato, ma io lo vidi una volta e ne ebbi un’impressione incancellabile. C’era nel libro un pensiero centrale, molto singolare, che mi è sempre rimasto in mente. Quel pensiero mi ha permesso di capire molte persone e molte cose che prima non ero mai riuscito a capire. Il pensiero, naturalmente, non era espresso, ma una semplice esposizione di esso suonerebbe press’a poco così:
                In principio, quando il mondo era giovane, c’erano molti pensieri ma non esisteva nulla di simile a una verità. Le verità le fabbricò l’uomo, e ogni verità fu composta da un grande numero di pensieri imprecisi. Così in tutto il mondo ci furono verità. Ed erano meravigliose.
                Il vecchio aveva elencato nel suo libro centinaia di verità. Io non cercherò di riferirvele tutte. C’erano la verità della verginità e la verità della passione, la verità della ricchezza e quella della povertà, della modestia e dello sperpero, dell’indifferenza e dell’entusiasmo. Centinaia e centinaia erano le verità, ed erano tutte meravigliose. Poi veniva la gente. Ognuno, appena compariva, si gettava su una delle verità e se ne impadroniva; alcuni, molto forti, arrivavano a possederne una dozzina contemporaneamente.
                Erano le verità che trasformavano la gente in caricature grottesche. Il vecchio aveva una sua complessa teoria a questo proposito. Era sua opinione che quando qualcuno s’impadroniva di una verità, e diceva che quella era la sua verità e si sforzava di vivere secondo essa, allora costui si trasformava in una caricatura, e la verità che egli abbracciava, in una menzogna.
                Voi capite come il vecchio, che aveva passato tutta la sua vita a scrivere, e che era pieno di parole, potesse scrivere centinaia di pagine su questo. L’argomento poteva diventare tanto grande nella sua mente da trasformare lui stesso in una caricatura. Così invece non fu, per la medesima ragione, credo io, che gli impedì di pubblicare il libro. Fu la giovane cosa dentro di lui che salvò il vecchio.
                Quanto al vecchio falegname che accomodò il letto dello scrittore, io l’ho nominato soltanto perché, come accade a coloro che fanno parte della cosiddetta gente comune, egli divenne, di tutte le caricature del libro dello scrittore, quella che più delle altre poteva essere capita e amata.

venerdì 19 agosto 2011

Il fatto che c’è così poca Bellezza

Questa volta ho trascritto un pezzetto di un film.
S'intitola Lezione Ventuno, scritto e diretto da Alessandro Baricco.
Il frammento che vi presento è un dialogo tra Marta, studentessa laureata, e il suo geniale professore Mondrian Kilroy.
Parlano di musica, e precisamente del fallimento della Nona Sinfonia di Beethoven.
Leggete queste parole traboccanti di poesia.
Si svelano piano, e sottovoce sfavillano.


 
Marta: “Magari era solo perché lui era un genio e il pubblico no. E fu per questo che non lo capirono.”

Professore: “Eh, no. Quella è la solita favola e non la voglio sentire, soprattutto da te. Soltanto dieci anni prima il pubblico lo capiva benissimo, anzi, ne aveva fatto una star. Cos’è, erano diventati di colpo tutti stupidi? No. Il fatto è che loro erano un mondo in cammino. Mentre Beethoven, lui, era sprofondato in se stesso. Credimi, non capirono quella Sinfonia non perché fosse troppo avanti per i tempi, ma non la capirono perché era troppo indietro. Quella era musica vecchia.”

Marta: “Questa non gliela farebbero proprio passare all’università.”

Professore: (ride) “Però è così, non ci sono santi, si alzavano e se ne andavano, Marta.
Guarda, non capirai mai niente della Nona se non tieni conto che lui era vecchio. Sordo. Solo. Discretamente disperato, ma soprattutto. Era vecchio. E quella era la musica di un uomo vecchio.”

Marta: “Era musica fuori moda, sono d’accordo con lei, ma guardi cos’è successo dopo. È diventata il modello per tanti grandi, una lezione, quasi.”

Professore: “Sai cosa mi commuove nella Nona? Il fatto che c’è così poca Bellezza. E questa è una cosa tipica dei vecchi. Non l’hai mai voluta capire, tu, questa cosa. Quando si è vecchi, avere a che fare con la Bellezza è maledettamente complicato. Di tanto in tanto la puoi anche rubare, come un miracolo, ma la regola è che l’hai perduta per sempre. Sì, puoi ricordarti bene di quando eri così forte o leggero da allungare la mano e prendertela, ma non è più così. Mai.
Tu lo sai qual è la vera tragedia? Che la forza invecchia nella complessità, e la leggerezza nella pazzia.
La forza costruisce e costruisce, e alla fine non c’è più spiraglio, non trovi più una porta aperta. Niente.
E la leggerezza, sempre svapora. Diventa una cosa inutile. Come un volo senza uccelli.
Beethoven, che era la forza, diventò incomprensibile. E Rossini, che era la leggerezza, impazzì.
E io che sono il professor Mondrian Kilroy sto seduto qui in un bowling. Con la mia cena.
Piccolo riassunto della lezione, Marta. Nella Nona Sinfonia c’è intelligenza. Genio. Libertà. Ma c’è così poca Bellezza. Proprio perché non gli riusciva più di... Doveva farsi strada tra tutta quella complessità.
I gesti dei vecchi. Sempre così complicati. Difficili.
Ritrovare per un attimo un po’ di Bellezza. Ci riuscì, forse, un paio di volte ancora prima di morire, ma non nella Nona. Tempo dopo. Musica piccola. Niente a che vedere con cori, oppure... Musica piccola.
Io ogni tanto me lo immagino, sai, lì nel deserto ghiacciato della sua vecchiaia. D’improvviso ritrovare i passi lievi della Bellezza per riuscire a sfiorarla, stringerla, con un unico, preciso gesto.
Un miracolo.
Tutti ci meriteremmo un miracolo così.
Ce lo dovrebbero concedere nell’ultimo istante, in cambio del morire.
In onore di questo nostro paziente, splendido morire.”

Ed ecco qui, per chi lo desidera, la piccola parte del film. Lucente.

martedì 26 luglio 2011

Al mio amante che torna da sua moglie

Anne Sexton.
Donna impaziente e impazzita.
Si è ritrovata a scalciare in una vita che non la conteneva più.
Ha cercato di strappare le pareti che la costringevano ad un ruolo di moglie-madre-serva usando le armi della disperazione e della dipendenza.
Queste parole non sono Bellezza, come quella che ho raccolto fino ad adesso in questo blog, per voi.
Queste parole sono il rimpianto per non riuscire ad esserne parte.
Ve le affido affinché siano coccolate nei vostri occhi, perché possano sentire - anche se troppo tardi - un briciolo di affetto.
(dal libro Poesie d'amore, traduzione di Rosaria Lo Russo)

Amedeo Modigliani

Lei è tutta là.
Per te con maestria fu fusa e fu colata,
per te forgiata fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie predilette fu costrutta.

Lei è sempre stata là, mio caro.
Infatti è deliziosa.
Fuochi d’artificio in un febbraio uggioso,
e concreta come pentola di ghisa.

Diciamocelo, sono stata di passaggio.
Un lusso. Una scialuppa rosso fuoco nella cala.
mi svolazzano i capelli dal finestrino.
Son fumo, cozze fuori stagione.

Lei è molto di più. Lei ti è dovuta,
t’incrementa le crescite usuali e tropicali.
Questo non è un esperimento. Lei è tutta armonia.
S’occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto,

ha messo fiorellini sul davanzale a colazione,
s’è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno,
ha esposto tre bambini al plenilunio,
tre puttini disegnati da Michelangelo,

l’ha fatto a gambe spalancate
nei mesi faticosi alla cappella.
Se dai un’occhiata, i bambini son lassù
sospesi alla volta come delicati palloncini.

Lei li ha anche portati a nanna  dopo cena,
e loro tutt’e tre a testa bassa,
piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti,
e la sua faccia avvampa neniando il loro poco sonno.

Ti restituisco il cuore.
Ti dó libero accesso:

al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa,
alla cagna che in lei tramesta nella sozzura,
e alla sua ferita sepolta
- alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa -

al pallido bagliore tremolante sotto le costole,
al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso sinistro,
alle sue ginocchia materne, alle calze,
alla giarrettiera - per il richiamo -

lo strano richiamo,
quando annaspi fra braccia e poppe
e dai uno strattone al suo nastro arancione
rispondendo al richiamo, lo strano richiamo.

Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
Lei è solida.

Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo.

mercoledì 13 luglio 2011

Le parole eran pallottole

Libro dall'odore acidulo della biblioteca.
Scavando tra gli scaffali l'ho trovato, e l'ho tenuto tra le mani come se dovesse fuggire.
S'intitola Riso nero, di Sherwood Anderson, nella traduzione di Cesare Pavese.
Non sapevo che aspettarmi da questo americano.
Troppo spesso le storie mi scivolano addosso senza penetrare sul serio.
Ma stavolta sono stata trascinata, colta all'improvviso e buttata dentro.
E' molto bello, quando le parole sanno chi sei.
Questo libro parla di uomini e di un fiume.
Di lavoratori neri che cantano e sanno, anche se non dicono.
Di un amore che non lo era.
E di un fiume. Che accompagna. O forse minaccia.
Ecco qui l'estratto, scritto in modo - a parer mio - magistrale.
Per voi.



Non servì però a nulla. Il piede di Fred urtò una pietra rotonda e lui incespicando fu costretto a fare un passo rapido per evitare di cadere. La voce di Aline chiamò. «Fred» disse e poi ci fu un silenzio, un silenzio molto denso, mentre Fred si fermava tremando sul sentiero. L’uomo e la donna si alzarono dalla panca e vennero alla sua volta mentre un nauseante senso di disperazione afferrava Fred. Non si era sbagliato. L’uomo con Aline era il giardiniere, Bruce. Quando l’ebbero raggiunto, tutti e tre stettero qualche momento in silenzio. Era rabbia o paura che aveva così afferrato Fred? Bruce non aveva nulla da dire. La cosa da definire stava tra Aline e il marito. Se Fred avesse fatto improvvisamente qualcosa di violento - sparare per esempio - lui allora necessariamente avrebbe preso parte diretta alla scena. Era un attore in disparte, mentre altri due attori stavano recitando. Sì, era la paura che stringeva Fred. Aveva una paura terribile non di Bruce uomo, ma di Aline donna.
Aveva quasi raggiunta la casa quand’era stato scoperto, ma Aline e Bruce, che gli erano venuti incontro seguendo uno spiazzo rialzato del giardino, si trovavano ora tra lui e la casa. Fred provò quel che aveva provato da militare al momento di entrare in battaglia.
Lo stesso senso di desolazione, di essere interamente solo in un vuoto strano. Al momento di entrare in battaglia si perde a un tratto ogni connessione con la vita. Quel che vi riguarda è la morte. La morte è ora tutto e il passato è un’ombra che svanisce. Non c’è futuro. Nessuno vi ama. Non amate nessuno. Avete il cielo sul capo, la terra sempre sotto i piedi, compagni che vi camminano accanto, vicino alla strada dove avanzate con qualche centinaio di altri uomini - tutti come voi, macchine vuote, come le cose - gli alberi crescono, ma il cielo, la terra e gli alberi non hanno nulla a che fare con voi. I vostri compagni non hanno nulla a che fare con voi, ora. Siete una cosa staccata che fluttua nello spazio, che sarà uccisa, che cercherà di scampare e di uccidere altri. Fred conosceva bene la sensazione che provava adesso; e tornare a provarla, dopo che la guerra era finita, dopo questi mesi di esistenza pacifica con Aline, nel proprio giardino, all’uscio della propria casa, lo riempiva di un antico orrore. In una battaglia non si ha paura. Essere coraggioso o vile non ha nulla a che fare con la situazione. Voi ci siete. Le pallottole vi voleranno intorno. Voi sarete colpito o scamperete.
Aline ora non apparteneva a Fred. Era diventata lei il nemico. Fra un istante avrebbe cominciato a dir parole. Le parole eran pallottole. O vi colpivano o vi mancavano, e voi scampavate. Benché per settimane Fred avesse combattuto contro l’idea che qualcosa fosse passato tra Aline e Bruce, ora non aveva più bisogno di combattere. Ora avrebbe saputo la verità. Ora, come in battaglia, sarebbe stato colpito o sarebbe scampato. Ebbene, era già stato in battaglia. Aveva avuto fortuna, dalle battaglie era scampato sano e salvo. Aline dritta innanzi a lui, la casa che appariva confusamente sopra la spalla della donna, il cielo, in alto, la terra sotto i piedi: nessuna di queste cose ora gli apparteneva. Ricordava qualcosa, quel giovanotto sconosciuto sull’orlo della strada in Francia, quel giovane ebreo che voleva strappare le stelle dal cielo e mangiarle. Fred comprendeva quello che il giovane aveva voluto dire. Comprendeva che aveva voluto essere di nuovo una parte delle cose, che aveva voluto che le cose fossero ancora una parte di lui. 

Aline parlava. Le parole le uscivano lente, penose dalle labbra. Il suo viso era un ovale bianco nell’oscurità. Era come una donna di pietra dritta innanzi a lui. Si era accorta di amare un altro uomo e quest’uomo era venuto a cercarla. Quando lei e Fred erano in Francia non era stata che una ragazza, non aveva saputo nulla. Aveva creduto che il matrimonio fosse semplicemente il matrimonio: due persone che vivono insieme. Benché avesse fatto a Fred un’azione del tutto imperdonabile, non era stata sua intenzione far qualcosa del genere. Persino dopo trovato il suo uomo e dopo che erano stati amanti, Aline aveva creduto, aveva cercato... Sì, aveva creduto di poter continuare ad amare Fred, a vivere con lui. Ci voleva del tempo perché una donna crescesse, come ce ne voleva per un uomo. Sappiamo tanto poco di noi stessi. Era andata innanzi raccontandosi menzogne, ma ora l’uomo che amava era tornato e non era più possibile continuare a mentire né a lui né a Fred. Continuare a vivere con Fred sarebbe stata una menzogna. Non andare coll’amante sarebbe stata una menzogna.
«Il bambino che aspetto non è tuo figlio, Fred».
Fred non disse nulla. Che cosa si poteva dire? Quando siete in battaglia le pallottole vi colpiscono o voi scampate e vivete, siete contento di vivere. Ci fu un pesante silenzio. I secondi passarono lenti, penosi. Una battaglia una volta cominciata sembra che non finisca più. Fred aveva pensato, aveva creduto che quand’era tornato a casa in America, quando aveva sposato Aline, la guerra fosse finita. «La guerra per finire la guerra».
Fred ebbe voglia di abbandonarsi sul sentiero e di mettersi le mani sulla faccia. Ebbe voglia di piangere. Quando si è feriti è questo che si fa, si piange forte. Ebbe voglia che Aline finisse di parlare, non dicesse più nulla. Che cose spaventose potevano essere le parole. «Basta! Férmati! Non dir più nulla» ebbe voglia di supplicarla.
«Non posso far altro, Fred. Noi ce ne andiamo ora. Aspettavamo soltanto per dirtelo» disse Aline.
E ora erano venute parole anche a Fred. Che umiliazione! Stava supplicandola. «È tutto un errore. Non andare, Aline! Sta’ qui! Dammi tempo! Dammi un’occasione. Non andare». Dire le parole che diceva era per Fred sparare a un nemico in battaglia. Voi sparavate con la speranza che qualcuno sarebbe stato colpito. Era così. Il nemico cercava di far qualcosa di spaventoso a voi e voi cercavate di farlo a lui.
Fred continuò a ripetere ancora le stesse due o tre parole... Era come sparare un fucile in battaglia: sparare e poi sparare ancora. «Non farlo! Non puoi farlo! Non farlo! Non puoi!» Sentì che Aline veniva ferita. Aveva appena notato Bruce che si era tirato un po’ indietro, lasciando l’uomo e la moglie fronteggiarsi. Aline aveva messo la mano sul braccio di Fred. Tutto il corpo di Fred era contratto.
E ora i due, Aline e Bruce, stavano allontanandosi per il sentiero dov’era lui. Aline aveva messo le braccia al collo di Fred e avrebbe potuto baciarlo, ma lui si ritirò un po’ indietro col corpo irrigidito, e l’uomo e la donna gli passarono innanzi mentre stava così. Fred la lasciava andare. Non aveva fatto nulla. Evidentemente eran già stati fatti i preparativi. Quel Bruce portava due pesanti valigie. Li aspettava un’automobile in qualche luogo? Dove andavano? Avevano raggiunto il cancello e stavano uscendo dal giardino nella strada quand’egli gridò di nuovo: «Non farlo! Non puoi farlo! Non farlo!» gridò.

martedì 28 giugno 2011

Quel che si dissero Don Chisciotte e il suo scudiero, ed altri famosissimi avvenimenti

Questo è un pezzo che va letto con spumeggiante allegrezza, tratto dal secondo libro di Don Chisciotte, di Miguel de Cervantes.
Questa storia mi ha accompagnata per molto tempo.
Riposava il librone sul comodino, e quando lo riprendevo in mano mi accompagnava in questo mondo coinvolgente e spezzettato.
Ho amato Don Chisciotte, la sua figura scavata e il portamento dignitoso.
Ho amato la scrittura saltellante di Cervantes, magistralmente incatenata e variopinta, incredibilmente circolare e precisa.
Ho amato queste pagine di un amore spensierato e ammirato.

Quello che vi propongo non è che un assaggio.
Ma va gustato con molta attenzione e gran godimento.


Quel che si dissero Don Chisciotte e il suo scudiero, ed altri famosissimi avvenimenti.

Appena la governante vide che il suo padrone si serrava in camera con Sancio Panza, s’immaginò di quel che si trattava; e, pensando che dal quel consiglio doveva uscire la deliberazione della terza sortita, prese la mantiglia, e in preda a una angoscia penosa andò a cercare il baccelliere Sansone Carrasco, perché le parve che, essendo un bel parlatore e amico di fresco del suo padrone, avrebbe potuto persuaderlo ad abbandonare un proposito così insensato. Lo trovò che passeggiava su e giù pel cortile di casa sua, e appena lo vide, si lasciò cadere ai suoi piedi, ansante e desolata.
                - Che affare è questo, signora governante? - esclamò Carrasco quando la vide così disperata e tutta sottosopra. - Che le è successo, ch’e’ pare che le vogliano strappar l’anima di corpo?
                - Nient’altro che questo, signor Sansone mio, che il padrone va via, creda, va via.
                - Va via?! E di dove va via, signora? - domandò Sansone. - S’è rotto forse in qualche punto?
                - Va via di cervello! Voglio dire, mio caro signor baccelliere, che vuole andar via un’altra volta, e sarà la terza, a cercare pel mondo quelle che egli chiama venture, e che io non so capire come le possa chiamar così. La prima volta ce lo riportarono disteso a traverso su un ciuco e tutto pesto dalle legnate; la seconda tornò su un carro da buoi chiuso, in una gabbia, dove credeva di trovarsi per incantesimo; ed era così avvilito, che non lo avrebbe riconosciuto la mamma che lo partorì: secco, giallo, con gli occhi infossati in fondo in fondo alle occhiaie, che per tirarlo su un po’ ho consumato più di seicento uova, come lo sa Iddio e tutti quanti e le mie galline che non mi faranno bugiarda.
                - Oh, lo credo, lo credo! - rispose il baccelliere. - Son così buone, così grasse e così bene educate le sue galline, che non direbbero una cosa per un’altra a costo di schiantare. Ma dunque, signora governante, non c’è proprio altro? Non è successo altro male che questa temuta fuga del signor Don Chisciotte?
                - No, signore; non è successo altro - rispose lei.
                - Allora, non stia in pensiero per questo - rispose il baccelliere - ma torni a casa tranquilla, mi prepari qualche cosina di caldo per far colazione, e via facendo reciti l’orazione di Santa Apollonia, se la sa; ché ora io verrò laggiù, e le farò veder meraviglie.
                - Oh povera me! - replicò la governante - l’orazione di Santa Apollonia devo recitare? Sarebbe buona se il mio padrone avesse mal di denti, ma se ha male al cervello!
                - Io so quel che dico, signora governante; vada pure, e non si metta a discuter con me, perché lei sa bene che io son baccelliere di Salamanca e più là c’è il muro - rispose Carrasco.
                La governante se n’andò, e il baccelliere si recò subito a cercare il curato per discorrere con lui di quel che si dirà a suo tempo.
                Mentre Don Chisciotte e Sancio stettero serrati in camera, si svolse fra loro un dialogo che la storia riporta con molta esattezza e scrupolosa fedeltà. Disse Sancio al suo padrone:
                - Signor padrone, la mi’ moglie l’ho bell’e incotta a lasciarmi venir via con lei dove la mi vorrà portare.
                - Indotta, vuoi dire, Sancio, e non incotta.
                - Gliel’ho già detto un altro par di volte, se ben mi ricordo - disse Sancio - che mi faccia il piacere di non mi corregger le parole, quando capisce quel che voglio dire. E quando non capisce, dica: «Sancio» oppure: «Diavolo, non ti capisco». E se io non riesco a farmi intendere, allora sì mi corregga, perché io son molto fòcile.
                - Non ti capisco, Sancio - disse subito Don Chisciotte - poiché non so quel che vuol dire «son molto fòcile».
                - Molto fòcile vuol dire che son molto... così.
                - Ora t’intendo meno che mai - replicò Don Chisciotte.
                - Se non riesce a capirmi - rispose Sancio - io non so come dirlo; non so altro, e Dio m’assista.
                - Ah! ora ho capito - replicò Don Chisciotte - tu vuoi dire che sei molto docile, remissivo, arrendevole, e che tu accetterai quello ch’io ti dirò e farai ciò che t’insegnerò.
                - Scommetterei - disse Sancio - che fin dal principio lei m’ha capito benissimo, vede; ma l’ha fatto apposta per imbrogliarmi e farmi dire altri duecento sfarfallotti.
                - Può anche essere - replicò Don Chisciotte - ma in sostanza che dice dunque Teresa?
                - La Teresa la dice che m’intenda bene con Vossignoria; che carta canta e villan dorme, perché patti chiari amici cari, e costa più un piglia che due ti darò. Io poi aggiungo che consiglio di donna poco vale, ma chi non lo segue fa male.
                - Lo dico anch’io - rispose Don Chisciotte. - Dite, dite, caro Sancio, andate pure avanti; ché oggi parlate a meraviglia.
                - Il fatto è - replicò Sancio - che come lei sa benissimo, noi siamo tutti soggetti alla morte, e che oggi ci siamo, domattina no; e, per morire, agnello o montone, tutte l’ore son buone; e nessuno in questo mondo può ripromettersi più ore di vita di quelle che Dio vuol dargli, perché la morte è sorda, e quando arriva a bussare alla porta della nostra vita, l’ha sempre furia, e non valgono a rattenerla né preghiere, né forze, né scettri, né mitrie, come è voce e fama pubblica e come sempre ci dicono da tutti i pulpiti.
                - Tutto questo è vero - disse Don Chisciotte - ma non so dove tu voglia andare a finire.
                - Vo a finire - disse Sancio - che lei mi deve fare il piacere di stabilirmi un salario fisso; un tanto al mese pel tempo che la servirò; e di farmi pagare questo salario con le sue rendite: perché non voglio stare a delle paghe che arrivano tardi o male, o non arrivan mai; col mio mi aiuti Iddio. In una parola io voglio sapere quel che guadagno, poco o molto che sia; la gallina la cova anche su un uovo solo, e molti pochi fanno un assai, e fintanto che si guadagna qualcosa, non si perde nulla. È vero che se succedesse (ma questo io non lo credo né lo spero) che lei mi desse l’isola che m’ha promesso, io allora non sarei tanto ingrato, né spingerei le cose a tal segno da non volere che si computasse l’ammontare della rendita dell’isola e si levasse dal mio salario, facendo il sorteggio mese per mese.
                - Eh, caro Sancio - rispose Don Chisciotte - alle volte, sì, è proprio meglio un sorteggio che un conteggio.
                - Ho capito - disse Sancio - scommetterei che dovevo dir conteggio e non sorteggio; ma non importa nulla, dal momento che lei m’ha capito.
                - E tanto capito - replicò Don Chisciotte - che son penetrato fino in fondo al tuo pensiero, e conosco il segno a cui miri con le innumerevoli frecce dei tuoi proverbi. Senti, Sancio, io sarei anche disposto a stabilirtelo un salario, se avessi trovato in qualcuna delle storie dei cavalieri erranti un esempio che mi dimostrasse, o anche mi facesse intravedere attraverso il più piccolo spiraglio, quanto eran soliti a guadagnare gli scudieri al mese o all’anno; ma io ho letto tutte o la maggior parte almeno delle loro storie, e non ricordo di aver mai letto che un cavaliere errante abbia stabilito un salario fisso a un suo scudiero. So soltanto che tutti servivano per avere un compenso; e che quando meno se l’aspettavano, se ai loro signori era andata bene, si trovavano compensati con un’isola o con un’altra cosa equivalente, e nel peggiore dei casi s’acquistavano un titolo nobiliare. Se con queste speranze e questi emolumenti, caro Sancio, vi piace dunque di tornare a servirmi, benvenuto; ma che io voglia uscire dai termini e confini delle antiche usanze della cavalleria errante, caro Sancio, non ci pensate nemmeno. Quindi tornate a casa vostra, e riferite a vostra moglie Teresa le mie intenzioni, e se piace a lei e piace a voi di stare così alla ventura con me, bene quidem, se no, amici come prima; ché se in piccionaia non manca l’orzo,  non mancheranno piccioni, e ricordatevi che chi lascia il poco per l’assai, si ritrova sovente in mezzo a’ guai, e chi troppo vuole, niente ha. Parlo in questo modo, caro Sancio, per farvi vedere che anch’io, come voi, so far piovere proverbi a dirotto; e in conclusione vi voglio dire e vi dico che, se non volete venire con me a queste condizioni e correr la sorte che correrò io, Dio stia con voi e vi santifichi, ché a me non mancheranno scudieri più obbedienti, più zelanti e non tanto impacci osi e chiacchieroni come voi.
                Quando Sancio sentì la ferma risoluzione del suo padrone, gli si rannuvolò il cielo, e gli caddero giù le ali dal cuore, perché aveva creduto che il suo padrone non sarebbe andato via senza di lui per tutto l’oro del mondo; e mentre se ne stava così incerto e pensoso, entrò Sansone Carrasco con la governante e la nipote, desiderose di sentire con quali ragioni egli avrebbe persuaso il loro padrone a non tornare a cercare avventure. Quel burlone di Sansone si fece avanti, e abbracciandolo come la prima volta e alzando la voce:
                - O fiore della cavalleria errante - esclamò. - O splendida luce delle armi! O onore e specchio della nazione spagnuola! Piaccia all’onnipotente Iddio, in tutta l’estension del termine, che la persona o le persone che vorrebbero impedire e frapporre ostacoli alla tua terza uscita, senza uscita rimangano nel laberinto dei loro desidèri, e non vedano mai più compiersi ciò che esse maggiormente desideravano. - E volgendosi alla governante le disse: - La signora governante smetta pure di recitare l’orazione di Santa Apollonia, poiché io so che è precisa determinazione delle sfere celesti che il signor Don Chisciotte torni a mandare ad effetto i suoi alti e nuovi progetti; e io m’aggraverei molto l’anima, se non persuadessi e intimassi a questo cavaliere di non tener più ritirata e inoperosa la forza del suo braccio valoroso e la bontà del suo intrepido animo, perché col suo ritardo defrauda il diritto dei torti, la protezione degli orfani, l’onore delle donzelle, il sostegno delle maritate, e altre cose di questo genere che toccano, appartengono e sono annesse e connesse all’ordine della cavalleria errante. Su, signor Don Chisciotte, da bravo, piuttosto oggi che domani, si ponga Vostra Grazia e Vostra Grandezza in cammino; e se qualche cosa le mancasse per l’esecuzione dei suoi progetti, son qua io per supplirvi di persona e di borsa; e se fosse necessario servire Vostra Magnificenza da scudiero, la riterrei come una gran fortuna.
                Qui Don Chisciotte, voltandosi a Sancio:
                - Non te lo dicevo, Sancio - esclamò - che scudieri n’avrei avuti d’avanzo? Guarda chi si offre di farmi da scudiero: nientemeno che l’illustrissimo baccelliere signor Sansone Carrasco, continuo divertimento e delizia dei cortili delle scuole di Salamanca, sano di corpo, agile di membra, parco di parole, pronto a sopportare caldo e freddo, fame e sete, con tutte quelle doti insomma che si richiedono per essere scudiero d’un cavaliere errante. Ma non voglia il cielo che, per compiacere i miei gusti, io rovesci e spezzi la colonna delle lettere e il vaso delle scienze, e tronchi la eccelsa palma delle arti liberali: rimanga il nuovo Sancio nella sua patria, e, onorando la patria, onori insieme la canizie dei suoi vecchi genitori; ché io mi contenterò di uno scudiero qualunque, dal momento che Sancio non si degna più di venir con me.
                - Sì, sì, vengo! - esclamò Sancio commosso e con gli occhi pieni di lacrime, e proseguì: - Non si deve dire di me, signor padrone, avuta la grazia gabbato lo santo; no, io son d’una razza che non conosce l’ingratitudine; tutto il mondo lo sa, e lo sa specialmente il mio paese chi sono stati i Panza da cui discendo; tanto più che conosco benissimo da molti benefici, e più ancora dalle buone parole, il desiderio che lei ha di farmi del bene. E se mi son messo a stiracchiare sul salario, è stato per dar retta alla mi’ moglie, che quando la piglia l’aire a sostenere una cosa, non c’è mazzuolo che picchi e ripicchi sui cerchi d’una botte, quanto picchia e ripicchia lei perché si faccia quel che la vuole, ma in sostanza l’uomo dev’essere uomo e la donna, donna; e siccome io son uomo dappertutto, e sfido a dir di no, voglio esserlo anche in casa mia, a dispetto di chi non vuole. Quindi non c’è da far altro, se non che lei metta in ordine il suo testamento col suo bravo codicillo, in modo che non si possano impegnare, e mettiamoci subito in cammino, perché non ne soffra l’anima del signor Sansone; il quale dice che la sua coscienza gli ordina di persuadere la Signoria Vostra a uscire la terza volta pel mondo; e io mi offro di nuovo a servirla fedelmente e lealmente, altrettanto bene e anche meglio di quanti mai scudieri hanno servito cavalieri erranti, nei tempi passati e nei presenti.
                Il baccelliere rimase sorpreso nell’udire il modo di discorrere di Sancio Panza, perché sebbene avesse letto la prima parte della storia del suo padrone, non avrebbe mai creduto che fosse così buffo, come è descritto lì; ma sentendogli ora dire testamento e codicillo che non si possano impegnare, invece di testamento e codicillo che non si possano impugnare, credette tutto ciò che aveva letto di lui, e persuaso d’aver dinnanzi uno dei più solenni mentecatti del nostro tempo, si disse fra sé che, tra padrone e servitore, due pazzi a quel modo non s’eran mai visti nel mondo.
                Finalmente Don Chisciotte e Sancio s’abbracciarono e rimasero amici, e dietro il parere e beneplacito del gran Carrasco, che ora era diventato il loro oracolo, la partenza fu fissata per tre giorni dopo, durante i quali ci sarebbe stato il tempo di preparare il necessario per il viaggio, e di cercare un elmo con la visiera, perché Don Chisciotte disse che gli ci voleva in tutti i modi. «Ci penso io» disse Sansone sapendo che un suo amico ce n’aveva uno (sebbene più nero di ruggine e di gruma che lucido e scintillante pel ben forbito acciaro) e che non gliel’avrebbe rifiutato.
                Le maledizioni che le due donne, governante e nipote, mandarono al baccelliere, non si contano; si strapparono i capelli, si graffiarono il viso, e come le prefiche d’un tempo, piangevano la partenza di Don Chisciotte, come se si trattasse della sua morte. Il progetto che aveva Sansone nel persuadere Don Chisciotte a un’altra sortita consisteva nel fare quello che la storia racconta più avanti: egli era in pieno accordo col curato e col barbiere, co’ quali s’era già consigliato. Alla fine, in quei tre giorni, Don Chisciotte e Sancio si fornirono di tutto ciò che credettero utile, e dopo aver pacificato un poco le donne, Sancio la moglie, Don Chisciotte la nipote e la governante, sul far della notte, senza che nessuno li vedesse, tranne il baccelliere che volle accompagnarli una mezza lega fuori del paese,  si misero in cammino verso il Toboso, Don Chisciotte sopra il suo bravo Ronzinante, e Sancio sopra il suo vecchio ciuco, con le bisacce piene di roba pertinente alla bucolica, e la borsa provvista di denari datigli dal padrone per le evenienze. Sansone l’abbracciò e lo pregò a dargli notizie della sua buona o cattiva fortuna, per rallegrarsi di questa e condolersi dell’altra secondo le leggi dell’amicizia. Don Chisciotte glielo promise, e Sansone ritornò al paese, mentre gli altri due prendevan la  strada della gran città del Toboso.