giovedì 27 ottobre 2011

Leggere il fiume

Chi è andato a pescare, anche una sola volta nella vita, sa cosa vuol dire "leggere il fiume".
Ho incontrato questo libro, In mezzo scorre il fiume, seguendo il percorso dei miei studi.
E' scritto senza stacchi, senza spazi bianchi, senza divisione in capitoli, un fiume di parole.
Ho amato questi uomini, questi eroi lucenti che lottano contro la furbizia dei pesci, che trovano nel vociare del fiume la risposta alle loro domande.
E ho respirato davvero, in queste parole, l'odore fresco dell'acqua che rotola, veloce.
Ho scelto questo pezzo perchè contiene l'atmosfera totale del romanzo.
A voi due fratelli, un padre, Dio, e il Big Blackfoot River.



                Vedevo il sole davanti a me. Dall’ombra, quell’esplosione di luce dava l’impressione che io e un fiume dentro le viscere della terra stessimo per fare la nostra comparsa in superficie. Anche se al momento vedevo solo la luce del sole, e niente di quello che c’era dentro, sapevo che mio padre era seduto da qualche parte lungo l’argine. Lo sapevo in parte perché io e lui avevamo gli stessi impulsi, perfino quello di smettere di pescare più o meno alla stessa ora. Ero sicuro, anche senza vedere cosa ci fosse dentro la luce di fronte a me, che era seduto al sole a leggere il Nuovo Testamento in greco. Lo sapevo sia per istinto che per esperienza.
                La vecchiaia gli aveva portato momenti di pace assoluta. Perfino quando andavamo a caccia di anatre, e il fracasso delle fucilate mattutine taceva, mio padre si sedeva nel capanno, avvolto in una vecchia coperta dell’esercito, con il suo Nuovo Testamento in greco in una mano e il fucile nell’altra. Quando arrivava qualche anatra solitaria, metteva giù il libro e alzava il fucile, e dopo aver sparato riprendeva in mano il libro, interrompendo la lettura solo per ringraziare il cane di aver riportato l’anatra.
                Le voci del fiume sotterraneo in ombra erano diverse dalle voci del fiume illuminato dal sole davanti a me. All’ombra del dirupo, il fiume era profondo e impegnato in cose profonde: di tanto in tanto girava su se stesso, per ripetere le stesse cose e assicurarsi di averle capite, di aver capito se stesso. Il fiume davanti a me, invece, usciva nel mondo pieno di sole come un chiacchierone, faceva del suo meglio per essere cordiale. Si inchinava a una sponda, poi all’altra, di modo che nessuna si sentisse trascurata.
                Ormai riuscivo a vedere dentro il sole, e avevo individuato mio padre. Sedeva in cima all’argine. Non aveva il cappello. Dentro la luce, i suoi capelli rossi sbiaditi erano tornati fiammeggianti e bellissimi. Stava leggendo, anche se evidentemente solo frase per frase, dato che di tanto in tanto alzava gli occhi dal libro. Non lo chiuse, però, se non dopo un po’ che mi ebbe visto.
                Io mi inerpicai su per l’argine e gli chiesi: «Quanti ne hai presi?». Lui disse: «Tutti quelli che volevo». Io insistetti: «Ma quanti ne hai presi?». «Quattro o cinque». «Belli?». «Bellissimi».
                Era più o meno l’unico uomo che conoscevo a usare la parola «bellissimo» normalmente, nel discorso, e immagino di aver preso anch’io quell’abitudine stando con lui da piccolo.
                «E tu quanti ne hai presi?» chiese lui. «Anch’io ho preso tutti quelli che volevo» risposi. Evitò di chiedermi quanti esattamente, e invece domandò: «Belli?». «Bellissimi» dissi io, e gli sedetti accanto.
                «Che cosa stavi leggendo?» gli chiesi. «Un libro» disse lui. L’aveva posato a terra, dall’altro lato. Perché non fossi costretto a sporgermi sopra le sue ginocchia e guardare, mi disse: «Un buon libro».
                Poi continuò: «Nella parte che stavo leggendo dice che in principio era il Verbo, ed è proprio così. Un tempo credevo che l’acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente, ci si rende conto che sotto ci sono le parole».
                «Questo perché tu sei prima un predicatore e poi un pescatore» gli dissi. «Se chiedi a Paul, ti dirà che le parole si formano con l’acqua».
                «No,» disse mio padre «è che tu non ascolti attentamente. L’acqua scorre sopra le parole. Paul ti direbbe la stessa cosa. Ma dov’è Paul?».
                Gli dissi che era tornato a pescare nella prima buca. «Ma ha promesso di venire presto» lo rassicurai. «Arriverà quando avrà fatto il suo cestino» disse lui. «Arriverà tra poco» lo rassicurai, anche perché lo vedevo già nelle ombre sotterranee.
                Mio padre si rimise a leggere, e io cercai di verificare quello che avevamo detto ascoltando con attenzione. Paul stava pescando in fretta: ne prendeva uno qua e uno là, e li riportava a riva velocemente. Quando arrivò proprio di fronte a noi, alzò un dito per ogni mano, e mio padre disse: «Deve prenderne ancora due».
                Guardai il libro per vedere a che punto era aperto. Sapevo abbastanza il greco da riconoscere λόγος come il Verbo. Da quello, e dall’argomento, immaginai che fosse il primo versetto di Giovanni. Mentre guardavo, papà disse: «Ne ha preso uno».
                Era difficile crederci, perché Paul stava pescando davanti a noi, sull’altro lato della buca dove papà aveva appena finito di pescare. Mio padre si alzò in piedi, cercò un sasso di discrete dimensioni, e se lo nascose dietro la schiena. Paul portò a riva il pesce, e tornò in acqua per prendere il numero venti, il suo cestino. Non appena fece il primo lancio, papà gettò il sasso. Era abbastanza vecchio, ormai, da gettarlo con un gesto goffo, e da massaggiarsi la spalla dopo averlo gettato, ma il sasso finì nel fiume più o meno nello stesso punto in cui Paul aveva lanciato la sua mosca, e più o meno nello stesso istante. Ora capirete da chi mio fratello avesse imparato a lanciare i sassi nella buca del suo compagno, quando non sopportava più di vederlo prender pesci. Paul si sorprese solo per un attimo. Poi vide papà sull’argine, intento a massaggiarsi la spalla, e si mise a ridere. Agitò il pugno nella sua direzione, indietreggiò fino a riva e scese lungo il fiume fino a portarsi fuori tiro. Da lì, entrò di nuovo in acqua e ricominciò a lanciare. Ma ora era troppo lontano perché potessimo vedere la lenza e gli anelli che formava. Era un uomo con una bacchetta nel fiume, e qualunque cosa stesse succedendo dovevamo indovinarla da quello che facevano l’uomo, la bacchetta e il fiume.
                Quando uscì dal guado il suo braccio destro ruotava massiccio avanti e indietro. Ogni rotazione del braccio gli gonfiava il petto. Ogni rotazione era più veloce, più alta e più lunga della precedente, fino a quando il braccio non si fece provocatorio e il petto non salì al cielo. Dalla riva eravamo sicuri, anche se non riuscivamo a vedere la lenza, che l’aria sopra di lui cantava di anelli di filo che non sfioravano mai l’acqua ma diventavano sempre più larghi man mano che passavano e cantavano. E capivamo cos’avesse in mente Paul dal provocatorio allungarsi di quel braccio. Non avrebbe permesso alla mosca di toccare l’acqua vicino alla riva, dove c’erano i pesci di piccola e media grandezza. Capivamo dal braccio e dal petto che ogni parte di lui stava dicendo: «L’ultimo non sarà piccolo». Stava mettendo tutto se stesso in un gran lancio per prendere un ultimo grosso pesce.
                Dalla nostra posizione in cima all’argine, io e mio padre riuscivamo a capire in quale punto lontano la bacchetta avrebbe permesso alla mosca di toccar l’acqua. In mezzo al fiume c’era un iceberg di roccia, con la punta affiorante e il resto,  una casa di roccia, nascosto sott’acqua. Rispondeva a tutti i requisiti della dimora di un grosso pesce: acqua che scorre veloce portando cibo alla porta d’ingresso e a quella posteriore, e ombra e quiete dietro le porte.
                Mio padre disse: «Dev’essercene uno grosso, laggiù».
                Io dissi: «Nessun pesce piccolo potrebbe vivere là sotto».
                Mio padre disse: «Quello grosso non glielo permetterebbe».
                Mio padre capì dall’ampiezza del petto che Paul avrebbe lanciato alla prossima rotazione. Non poteva farne di più ampie. «Volevo pescare anch’io laggiù,» disse «ma non riuscirei a lanciare così lontano».
                Il corpo di Paul girò su se stesso come se stesse per fare un tiro di trecento metri a golf, il braccio salì in un grande arco e la punto della bacchetta si piegò come una molla. Poi tutti si mise a saltare e cantare.
                All’improvviso l’azione finì. L’uomo restò immobile. La bacchetta si raddrizzò, priva di potenza. Puntava alle dieci, e le dieci puntavano alla roccia affiorante. Per un attimo l’uomo sembrò un essere insignificante con la bacchetta, intento a spiegare una roccia alla roccia. Solo l’acqua continuava a muoversi. In un punto sopra la cima della casa di roccia, una mosca venne lanciata dentro un’acqua cos’ impetuosa che solo un pesce grosso poteva essere là sotto ad aspettarla.
                Poi l’universo attaccò la spina. La bacchetta ebbe un movimento convulso, quando entrò in contatto con la magica corrente del mondo, e cercò di liberarsi con un salto dalla mano destra dell’uomo. La mano sinistra sembrava agitarsi in un addio frenetico a un pesce, ma in realtà stava cercando di dar lenza sufficiente a ridurre il voltaggio e a lenire la scossa di quel che aveva abboccato.
                Tutto sembrava carico di elettricità, ma non connesso elettricamente. Scintille di elettricità apparvero qua e là sul fiume. Un pesce saltò fuori dall’acqua, così lontano verso valle da sembrare fuori dal campo elettrico dell’uomo. Ma, quando il pesce era saltato fuori, l’uomo si era piegato indietro con la canna, e allora il pesce era ripiombato in acqua in modo incontrollato. Le connessioni tra le convulsioni e le scintille si fecero più chiare, ripetendosi. Quando l’uomo si piegò all’indietro con la canna e il pesce tornò in acqua non del tutto volontariamente, la mano dell’uomo si agitò frenetica in un altro addio, e molto più giù un pesce tornò a saltare. Per via delle connessioni, diventò lo stesso pesce.
                Il pesce fece altre tre lunghe corse prima che cominciasse il secondo atto. Anche se l’atto aveva come protagonisti un uomo grosso e un pesce grosso, sembrava più una recita per bambini. La mano sinistra dell’uomo cominciò surrettiziamente a recuperare lenza, e poi, come colta in fallo, la lasciò andare tutta, mentre il pesce si faceva furbo e partiva per la quarta puntata.
                «Lo prenderà» assicurai a mio padre.
                «Senza dubbio» disse mio padre. La lenza libera si fece più corta di quella tenuta nella mano sinistra.
                Quando Paul si girò a guardare dentro l’acqua alle proprie spalle, noi capimmo che stava per tirare a riva il pesce e non voleva inciampare in una roccia, o sprofondare in una buca, indietreggiando. Capimmo che aveva trascinato il pesce nell’acqua bassa perché teneva la canna sempre più alta, per impedire al pesce di andare a sbattere contro qualche ostacolo sul fondo. Proprio quando cominciavamo a pensare che lo spettacolo fosse finito, la bacchetta ebbe un movimento convulso e l’uomo si mosse controcorrente dietro una potenza sconosciuta in partenza per le profondità.
                «Quel figlio di puttana ha ancora voglia di lottare» credetti di dire tra me e me, ma lo dissi ad alta voce, inconfondibilmente, e provai imbarazzo per averlo detto ad alta voce davanti a mio padre. Lui non disse niente.
                Paul riuscì a trascinare il pesce vicino alla riva atre tre o quattro volte, solo per vederlo sguittar via e tornar sotto, ma anche da lontano io e mio padre riuscivamo a percepire lo scemare della potenza sott’acqua. La canna salì alta nell’aria, e l’uomo indietreggiò velocemente ma in modo uniforme, movimenti che, tradotti in avvenimenti, significavano che il pesce aveva tentato di riposare per un attimo in superficie e che l’uomo ne aveva approfittato per alzare velocemente la canna e trascinarlo a riva prima che potesse pensare di tornare sott’acqua. Lo trascinò tra le rocce fino a una lingua di sabbia, prima che il pesce sbalordito, boccheggiando, si accorgesse di non poter vivere nell’ossigeno. Con disperazione tardiva, si rizzò sulla sabbia e consumò il resto della sua bellissima vita a fare la Danza della Morte sulla coda.
                L’uomo depose la bacchetta, si mise ginocchioni sulla sabbia e, come un animale, girò intorno all’altro animale, in attesa.
                Poi la spalla si alzò di colpo, e mio fratello si rimise in piedi, si girò verso di noi e, con un braccio alzato, si autoproclamò vincitore. Qualcosa di gigantesco gli pendeva dalla mano stretta a pugno. Se qualche antico romano l’avesse visto in quel momento, avrebbe pensato che la cosa che penzolava portasse l’elmo.
                «Questo è il suo cestino» dissi a mio padre.
                «Paul è bellissimo» disse mio padre, anche se mio fratello aveva appena finito di pescare nella buca dove aveva già pescato lui.
                Quello fu l’ultimo pesce che Paul pescò sotto i nostri occhi. Io e mio padre riandammo a quel momento parecchie volte, in seguito, e qualunque altro sentimento provassimo, ci sembrò sempre giusto che, guardandolo prendere l’ultimo pesce, non vedessimo il pesce ma solo l’arte del pescatore.

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