mercoledì 10 novembre 2010

A tutti noi, benpensanti

Mi sono messa a leggere Carver quasi un anno fa, sotto suggerimento di scrittori che avevano tenuto lezioni nella mia città. Non avevo la minima idea di chi fosse.
Poi ho comprato il libro. S'intitola Vuoi star zitta per favore?.
Dopo il primo racconto ho provato una strana ansia, una forma di disequilibrio, come se fossi sempre stata abituata a costruzioni simmetriche mi trovassi, ora, di fronte ad una struttura sbilenca.
Mi ha presa alla sprovvista. Non avevo idea di come interpretare quello che leggevo.
Ma questa inquietudine, questo disagio mi hanno portato a leggere il pezzo successivo.
E così via. E così via.
Fino a che non mi è rimasta impressa l'impronta dell'autore, che mi insegnava dove respirare, a che velocità leggere, da che parte stare.
Fino a che non ho capito che questo libro, per me, è uno specchio dalle infinite angolature, dove ognuno ci trova dentro la propria natura, senza veli di pudore a nasconderla, senza compassione, senza alcun principio di redenzione.
Ma questo è un libro.
Troviamo il nostro riflesso scritto a caratteri neri sull'inchiostro. Intrappolato e stanco tra le pagine.
Ma l'originale, la creatura che genera simmetria, ciò che ha il potere di cambiare la sua immagine, davanti, è qui, pulsante e vivo. Siamo noi tutti.
E abbiamo estrememante bisogno di occhi inclementi e di dita puntate.

Per farvi capire, Che idea. Pagina 16.
               
Avevamo finito di cenare ed era già un’ora che me ne stavo al tavolo della cucina con le luci spente, in osservazione. Se stasera era quella buona, il momento era questo, anzi era già tardi. Erano tre sere che non si vedeva. Ma stasera le tendine della camera da letto erano alzate, laggiù, e le luci accese.
                Stasera avevo un presentimento.
                Poi l’ho visto. Ha aperto la portafinestra sul retro ed è uscito in veranda con addosso una maglietta e un paio di bermuda, o forse di calzoncini da bagno. Ha dato un’occhiata in giro e poi è saltato giù dalla veranda ed è scivolato nell’ombra, strisciando lungo il fianco della casa. Era veloce. Se non fossi stata attenta, non l’avrei mica visto. Si è fermato davanti alla finestra illuminata e si è messo a guardare dentro.
                - Vern, - ho chiamato. - Vern, corri! È uscito. Sbrigati!
                Vern era in soggiorno a leggersi il giornale con la televisione accesa. L’ho sentito gettare a terra il giornale.
                - Non farti vedere! - ha detto Vern. - Non ti avvicinare troppo alla finestra!
                Vern dice sempre così: «Non ti avvicinare troppo».
Vern si vergogna un po’ di stare a guardare, mi sa. Però so che gli piace. Me l’ha detto.
                - Non ci può vedere con la luce spenta -. È quello che dico sempre io. Ormai sono tre mesi che va avanti questa storia. Dal 3 settembre, per l’esattezza. O almeno, quella è stata la prima sera che l’ho visto là fuori. Va’ a sapere da quanto tempo lo faceva prima di allora.
                Quella sera a momenti mi attacco al telefono per chiamare lo sceriffo, finché non ho capito di chi si trattava. Ha dovuto spiegarmelo Vern. Anche dopo, comunque, c’è voluto un bel po’ prima che mi entrasse in testa. Comunque, dopo quella sera, mi sono messa a guardare e vi posso assicurare che in media lo fa una volta ogni due o tre sere, o anche di più. L’ho visto là fuori anche con la pioggia. Anzi, se piove puoi star certo che lo vedi. Però stasera era sereno e tirava vento. C’era una bella luna.
                Ci siamo inginocchiati dietro la finestra e Vern si è schiarito la gola.
                - Guardalo un po’ là, - ha detto Vern. Stava fumando e ogni tanto si faceva cadere la cenere in mano. Quando faceva un tiro, teneva la sigaretta lontana dalla finestra. Vern fuma di continuo; non c’è verso di farlo smettere. Ci dorme pure, con un posacenere a dieci centimetri dalla testa. Quando di notte non riesco a dormire, lo vedo che si sveglia per fumare.
                - Per Dio, - ha detto Vern.
                - Ma che mai avrà quella di tanto speciale? - ho chiesto a Vern dopo un po’. Eravamo accovacciati sul pavimento e sporgevamo sopra il davanzale solo la testa, per spiare un uomo che se ne stava in piedi fuori dalla finestra della sua camera da letto per spiarci dentro.
                - Infatti, - ha detto Vern. Si è schiarito la gola proprio vicino al mio orecchio.
                Abbiamo continuato a guardare.
                Vern aveva ancora gli occhiali per leggere e così riusciva a vedere meglio di me. All’improvviso la tenda si è scostata e la donna si è girata con le spalle verso la finestra.
                - E adesso che fa? - ho chiesto, anche se lo sapevo benissimo. - Per Dio, - ha esclamato Vern.
                - Insomma, Vern, che fa? - ho chiesto.
                - Si sta spogliando, - ha risposto Vern. - Cos’altro credi che faccia?
                Poi la luce della camera da letto si è spenta e l’uomo si è rimesso a strisciare lungo il fianco della casa. Ha riaperto la porta ed è scivolato in casa e poco dopo si sono spente anche le altre luci.

                Vern ha tossito più volte e poi ha scosso la testa. Ho acceso la luce, Vern è rimasto inginocchiato vicino alla finestra. Poi si è rialzato e si è acceso una sigaretta.
                - Un giorno di questi glielo dico io a quella troia cosa penso di lei, - ho detto io, guardando Vern.
                Vern è sbottato in una specie di risata.
                - Sul serio, - ho detto. - Un giorno di questi che la incontro al supermercato glielo dico in faccia.
                - Fossi in te non lo farei. Che glielo dici a fare? - ha detto Vern.
                Ma l’ho capito subito che non mi prendeva sul serio. Ha aggrottato la fronte e ha cominciato a guardarsi le unghie. Si è passato la lingua sui denti e ha strizzato gli occhi come fa quando si concentra. Poi ha cambiato espressione e si è grattato il mento. - Non faresti mai una cosa del genere, - ha detto.
                - Be’, vedrai, - ho detto io.
                - Merda, - ha detto Vern.
                L’ho seguito in soggiorno. Avevamo i nervi a fior di pelle. Ci fa sempre quest’effetto.
                - Tu aspetta e vedrai, - ho ripetuto.
                Vern ha schiacciato la cicca nel posacenere grande. È rimasto impalato vicino alla poltrona di pelle e per un minuto ha guardato la televisione.
                - Non c’è mai niente da vedere, - ha detto. Poi ha aggiunto qualcos’altro. Ha detto: - Magari ha ragione lui -. Si è acceso un’altra sigaretta. - Non si sa mai.
                - Se qualcuno s’azzarda a venire a spiare dentro la mia finestra, - ho detto, - se la vedrà con la polizia. A meno che non si tratti di Cary Grant.
                Vern ha alzato le spalle. - Non si sa mai, - ha ripetuto.
                Mi si è risvegliato l’appetito. Sono andata a guardare nello sportello della credenza, poi ho aperto il frigorifero.
                - Vern, ti va qualcosa da mangiare?
Non mi ha risposto. Ho sentito l’acqua scorrere in bagno. Comunque ho pensato che magari anche a lui gli andava qualcosa. A quest’ora di sera ci viene sempre fame. Ho messo pane e affettati sul tavolo e ho aperto un barattolo di minestra. Ho tirato fuori anche i cracker e il burro di arachidi, il polpettone freddo, i sottaceti, le olive e le patatine. Ho sistemato tutto sul tavolo. Poi mi sono ricordata della torta di mele.
Vern è tornato con addosso il pigiama di flanella e la vestaglia. Aveva i capelli bagnati e pettinati all’indietro e profumava di acqua di colonia. Ha detto: - Magari dei cereali con lo zucchero grezzo? - Poi si è seduto e ha spalancato il giornale accanto al suo piatto.
Abbiamo fatto il nostro spuntino. Il posacenere si è riempito dei noccioli delle olive e delle cicche di Vern.
Appena ha finito, ha sorriso e ha chiesto: - Che cos’è quest’odorino?
Sono andata al forno e ho tirato fuori due fette di torta di mele con il formaggio fuso sopra.
- Ha un aspetto niente male, - ha detto Vern.
Dopo un po’, ha aggiunto: - Non posso più mandar giù niente. Me ne vado a letto. - Vengo anch’io, - ho detto. - Prima però sparecchio.
Ero lì che svuotavo gli avanzi nella pattumiera quando ho visto le formiche. Ho guardato meglio. Venivano da qualche parte sotto le tubature del lavello in un flusso regolare, salivano da una parte del secchio e scendevano dall’altra in un andirivieni continuo. Sono andata a prendere l’insetticida dentro il cassetto e ho cominciato a spruzzare dentro e fuori la pattumiera e sotto i tubi fin dove arrivavo. Poi mi sono lavata le mani e ho dato un’ultima occhiata alla cucina.
Vern si era già addormentato e ronfava. Tra qualche ora si sarebbe svegliato, sarebbe andato in bagno e si sarebbe messo a fumare. Il televisore piccolo ai piedi del letto era acceso, ma il quadro sfarfallava.
Avrei voluto dirgli delle formiche.
Mi sono preparata con calma, ho regolato la televisione e mi sono ficcata sotto le coperte. Vern faceva i versacci che fa sempre quando dorme.
Ho guardato la televisione per un po’, ma davano un talk show e a me i talk show non piacciono. Mi sono messa a ripensare alle formiche.
Dopo un po’ ero lì che me le immaginavo in casa dappertutto. Mi sono chiesta se era il caso di svegliare Vern per dirgli che avevo fatto un brutto sogno. Invece mi sono alzata e sono andata a riprendere la bomboletta dell’insetticida. Ho guardato di nuovo sotto il lavello. Ma non s’era rimasta più neanche una formica. Ho acceso tutte le luci in casa finché praticamente sfavillava.
Ho continuato a spruzzare l’insetticida.
Alla fine ho alzato la tapparella della cucina e ho guardato fuori. Era tardi. Tirava vento e ho sentito dei rami che si spezzavano. - Quella troia! - ho detto. - Che idea!
Ho detto cose anche peggiori, cose che non posso ripetere.

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