venerdì 5 novembre 2010

Le cose che non vogliamo sapere

Charles Bukowski.
Un pazzo, forse. O un poeta. Un ubriacone. O un uomo che dice la verità.
Il suo racconto che vi propongo, in versione integrale, va letto con attenzione e senza aver fretta.
Quindi: mettetevi comodi.
Non guardate l'orologio.
Lasciate che le immagini vi scorrano dentro agli occhi.
E basta.
Signore e signori, La vendetta dei dannati (Niente canzoni d'amore).


Nel dormitorio dei falliti il russare era fortissimo, come al solito. Tom non riusciva a dormire. Dovevano esserci sessanta cuccette, ed erano tutte occupate. Gli ubriachi russavano più forte, e la maggior parte di quelli che stavano lì erano ubriachi. Tom si alzò a sedere e guardò il chiaro di luna entrare dalle finestre e cadere sugli uomini addormentati. Si preparò una sigaretta, e l’accese. Tornò a guardare gli altri uomini. Che branco di brutti coglioni inutili e cazzoni. Anzi, altro che cazzoni. Le donne non gli vogliono. Non li vuole nessuno. Non valgono un cazzo, ah, ah, ah, e lui era uno di loro. Tirò fuori la bottiglia da sotto il cuscino e si fece l’ultimo. L’ultimo goccio era sempre il più triste. Infilò il vuoto sotto la cuccetta e guardò di nuovo gli uomini che russavano. Manco a tirargli la bomba atomica, non ne valeva la pena.
                Tom si voltò verso il suo amico, Max, sulla cuccetta accanto. Max se ne stava disteso con gli occhi aperti. Era morto?
                “Ehi, Max!”
                “Uh?”
                “Non dormi?”
                “Non riesco. Hai notato? Molti di loro russano a tempo. Come mai?”
                “Non so, Max. C’è un sacco di cose che non so.”
                “Anch’io, Tom. Mi sa che sono scemo.”
                “Ti sa soltanto? Se sapessi con certezza di essere scemo, allora saresti furbo.”
                Max si arrotolò una sigaretta e l’accese.
                Max stava male, stava sempre male quando si metteva a pensare alle cose. La cosa da fare era smettere di pensare, chiudere tutte le porte.
                “Ehi, Max,” sentì la voce di Tom.
                “Sì?”
                “Ho pensato...”
                “Pensare è una stronzata...”
                “Ma io sto sempre a pensare a questa cosa.”
                “Ti è rimasto un goccetto?”
                “No, scusa. Ma senti...”
                “Merda secca, non voglio sentire!”
                Max si stese di nuovo sul lettino. Chiacchierare non serviva a nulla. Era uno spreco.
                “Guarda che te lo dico lo stesso, Max.”
                “OK, cazzo, dài...”
                “Tu li vedi, tutti questi tizi? Ce n’è un sacco, no? Barboni da tutte le parti.”
                “Certo, e quanto sono brutti...”
                “Insomma, Max, io sto tutto il tempo a pensare a come si potrebbe utilizzare tutto questo materiale umano. Così è semplicemente sprecato!”
                “Ma questi barboni non li vuole nessuno. Che cosa ci puoi fare, con loro?”
                Tom si sentì vagamente eccitato.
                “Il fatto che questi non li vuole nessuno, è tutto a nostro vantaggio.”
                “Ma sei proprio sicuro?”
                “Certo. Vedi, in prigione non ce li vogliono perché poi gli tocca dargli da mangiare e da dormire. E tutti questi barboni non hanno un posto dove andare e niente da perdere.”
                “E allora?”
                “Ho pensato un sacco, la notte. Tipo: se potessimo metterli tutti insieme, come una mandria, li potremmo lanciare alla carica da qualche parte. E prendere noi il controllo, per un po’, di certe situazioni...”
                “Tu sei pazzo,” disse Max.
                Però si alzò a sedere sul lettino.
                “Dimmi qualcosa di più...”
                Tom rise. “Beh, magari sono matto, ma continuo a pensare a questo spreco di materiale umano. Sono rimasto qui sveglio la notte a sognare le cose che ci si potrebbe fare...”
                Ora fu Max a ridere. “Ma tipo cosa, per amor di Dio?”
                La loro conversazione non disturbava nessuno. Intorno, tutti continuavano a russare.
                “Beh, è una specie di cosa che continua a girarmi in testa da un pezzo. Sì, può darsi benissimo che sia pazzo. Comunque...”
                “Sì?” chiese Max.
                “Non ridere. Magari il vino mi ha mangiato il cervello.”
                “Cercherò di non ridere.”
                Tom tirò una boccata dalla sigaretta, poi espirò. “Beh, vedi, mi viene in testa questa visione di tutti i barboni che riusciamo a trovare che scendono giù per Broadway, proprio qui a Los Angeles, tutti quanti, in mucchio, che vengono avanti...”
                “Beh, e allora?”
                “Beh, è un casino di gente. Tipo, la vendetta dei dannati. Un corteo di scarti umani. Sembra quasi una specie di film. È come se vedessi le macchine da presa, le luci, il regista. La Marcia degli Sconfitti. L’Insurrezione dei Morti! Accidenti, è proprio forte!”
                “Io credo” disse Max “che dovresti proprio lasciar perdere il porto e tornare al vino bianco e basta.”
                “Tu dici, eh?”
                “Sì. OK, insomma, così abbiamo tutti questi barboni che vengono avanti per Broadway, per l’ora diciamo tipo a mezzogiorno, mezzogiorno di fuoco, e allora?”
                “Beh, allora li portiamo fino al più grosso e più assurdo dei grandi magazzini alla moda della città...”
                “Vuoi dire Bowarms?”
                “Sì, Max. Da Bowarms c’è tutto: i vini migliori, i vestiti più belli, orologi, radio, tivù, tutto quello che vuoi, tu di’ che cosa vuoi e quelli ce l’hanno...”
                Proprio allora un vecchio, qualche lettino più in là, si tirò su a sedere, spalancò al massimo gli occhi, e strillò: “Dio è una negra lesbica di duecento chili!”.
                Poi ricascò sul suo lettino.
                “Quello là ce lo portiamo?” chiese Max.
                “Come no? Lui è uno dei migliori. Quale prigione vuoi che se lo prenda?”
                “Ok, allora entriamo dentro Bowarms. E poi?”
                “Cerca di immaginartelo visivamente. Si tratta giusto di entrare e poi di uscire. Saremo in troppi perché le guardie della sicurezza possano fermarci. Immagina: noi ci mettiamo semplicemente a prendere, e basta. Magari puoi pure dare un pizzicotto al culo di una delle commesse. Qualsiasi pezzo del sogno che non abbiamo più, te lo prendi e via, prendi qualsiasi cosa, prendi tutto quello che vuoi. E poi via, ce ne andiamo.”
                “Tom, potrebbero esserci un sacco di teste rotte. Non sarà mica un picnic nel paese delle meraviglie...”
                “No, ma neppure la vita che facciamo lo è! Ci stiamo lasciando seppellire vivi, per sempre, senza nemmeno una protesta...”
                “Tom, caro mio, mi sa che hai fatto proprio una bella pensata. Ora, come facciamo a organizzarla, questa storia?”
                “Bene, prima di tutto stabiliamo un giorno e un’ora. Poi, tu conosci una dozzina di tipi da poter schierare?”
“Direi di sì.”
“Anch’io ne conosco una dozzina.”
“E se qualcuno parla con la polizia?”
“Improbabile. E poi, che abbiamo da perdere?”
“Giusto.”

Era mezzogiorno passato. Tom e Max camminavano in testa alla banda. Venivano giù per Broadway, a Los Angeles. C’erano più di cinquanta barboni che camminavano in gruppo dietro Tom e Max. Cinquanta e più barboni che strizzavano gli occhi, barcollavano, non erano granchè sicuri di che cosa stava succedendo. I normali cittadini, i passanti, erano stupefatti. Si fermavano, si spostavano di lato, e guardavano. Certi erano spaventati, certi ridevano. Altri pensavano fosse uno scherzo, o un film in lavorazione. Il trucco era perfetto: gli attori sembravano dei veri barboni. Ma le macchine da presa, dov’erano?
                Tom e Max guidavano la marcia.
                “Senti, Max, io ne ho chiamati solo otto. Tu a quanti l’hai detto?”
                “Forse nove.”
                “Io vorrei sapere, ma che cazzo è successo?”
                “Devono essersi passati parola fra loro...”
                Continuarono ad andare avanti. Era come un sogno assurdo e impossibile a fermarsi. All’angolo della Settima Strada, il semaforo scattò sul rosso. Tom e Max si fermarono e tutti i barboni si ammucchiarono dietro aspettando. Un odore fatto di calzini e biancheria non lavata, di alcolici e aliti maleodoranti, si diffuse all’intorno in un istante. Il dirigibile della Goodyear descriveva circoli senza scopo, là in alto. Lo smog si posava, grigio-bluastro, sulle strade.
                Poi scattò il verde. Tom e Max fecero un passo avanti. I barboni gli andarono dietro.
                “Anche se me l’ero immaginato,” disse Tom “non riesco a credere che sta succedendo davvero.”
                “Eppure sta succedendo” fece Max.
                I barboni erano così tanti che qualcuno stava ancora attraversando la strada quando tornò a scattare il rosso. Ma loro continuarono a passare, bloccando il traffico, alcuni con una bottiglia di vino in mano, o in bocca. Marciavano e avanzavano, ma senza una canzone di battaglia o un inno. Solo il silenzio, a parte il rumore di suole consumate sul marciapiede. Solo ogni tanto qualcuno diceva qualcosa.
                “Ehi, ma dove cazzo stiamo andando?”
                “Dammi un goccio di quella roba!”
                “Vaffanculo!”
                Il sole splendeva e bruciava.
                “Dobbiamo davvero andare avanti  con questa cosa?” chiese Max.
                “Mi sentirei male di brutto se tornassimo indietro proprio adesso,” dichiarò Tom.
                Poi si trovarono davanti a Bowarms.
                Tom e Max si fermarono un istante.
                Poi, insieme, avanzarono e passarono attraverso le imponenti porte di vetro.
                La massa di barboni li seguì, in una lunga fila di stracci. Avanzarono verso i saloni lussuosi. Gli inservienti li osservarono, senza realmente capire.
                Il reparto maschile era al primo piano.
                “Ora,” disse Tom “dobbiamo dare un esempio.”
                “Già,” disse Max, incerto.
                “Dài, Max, forza!”
                “Uh, uh...”
                I barboni si erano fermati e li osservavano. Tom esitò un momento, poi andò alla sbarra dov’erano appesi i cappotti e ne sfilò via il primo, un modello in cuoio giallo con il collo di pelliccia. Lasciò cadere il suo vecchio cappotto e si infilò nel nuovo. Si avvicinò uno degli impiegati del grande magazzino, un tipetto tutto lindo con dei baffetti ben curati.
                “Desidera qualcosa, signore?”
                “No, Espresso Cinese.”
                “E io prendo questo,” disse Max infilandosi in uno strano modello  in pelle di alligatore con tasche laterali, e un cappuccio orlato di pelliccia contro la pioggia.
                Tom prese un cappello da uno scaffale, un copricapo in stile cosacco, piuttosto ridicolo ma piacevole.
                “Questo va benissimo con la mia carnagione. Lo prendo.”
                E a quel punto i barboni si misero in moto. Avanzarono, e cominciarono a mettersi cappotti e cappelli, e poi sciarpe, impermeabili, scarpe, maglioni, guanti e accessori vari.
                “Contanti o carta di credito, signore?” chiese una voce spaventata.
                “Mettiti in conto a tua sorella, stronzo!”
                Oppure, a un altro bancone:
                “Questo mi pare che le vada bene, signore.”
                “Ho il diritto di tornare a cambiarlo?”
                “Ovviamente, signore. Entro quattordici giorni.”
                “Sì, ma tu tra quattordici giorni magari sarai morto.”
                Poi dal soffitto cominciò a suonare un allarme. Qualcuno si era reso conto che era iniziata un’invasione. I clienti che erano rimasti increduli a guardare cominciarono a disperdersi.
                Giunsero di corsa tre uomini, con dei vestiti grigi mal tagliati. Erano grossi, ma con più grasso che muscoli. Si lanciarono sui barboni come per portarli via di peso. Ma ce n’erano semplicemente troppi. I tre vennero completamente sommersi. Mentre lottava, però, tra bestemmie e minacce, una delle guardie giurate tirò fuori la pistola. Si udì uno sparo, ma era stato un gesto stupido e inutile, e l’uomo venne disarmato in fretta.
                All’improvviso si vide un barbone in cima alla scala mobile. Con la pistola. Era ubriaco. Non aveva mai avuto in mano una pistola, prima di allora. Però la pistola gli piaceva. Prese la mira e sparò. Prese un manichino. La pallottola gli attraversò il collo. La testa finì per terra: morte di uno sciatore alla moda.
                La morte dell’oggetto sembrò ridestare i barboni. Si levò un potente grido di giubilo. Presero per le scale mobili e si dispersero per tutto il magazzino. Si misero a lanciare grida insensate. Per un momento, ogni senso di frustrazione e di fallimento scomparve. Avevano occhi brillanti, e movimenti rapidi. Era una scena strana, sgradevole e assurda.
                Si muovevano in fretta da un piano all’altro, o da un reparto all’altro.
                Tom e Max avevano smesso di guidarli, ormai venivano trascinati.
                Cominciavano a venir rovesciati dei banconi, mentre degli specchi finivano in frantumi. Al banco dei cosmetici una ragazza giovane e bionda lanciò un grido, alzando in aria le braccia. Ciò attirò l’attenzione di uno dei barboni più giovani, che le tirò su il vestito e strillò: “Uau!”.
                Si avvicinò un altro barbone, che afferrò la ragazza.
Poi ne arrivò di corsa un altro. Ben presto una vera e propria banda la circondò, strappandole il vestito di dosso. Era davvero orribile. Eppure, ispirò degli altri barboni, che cominciarono a inseguire le commesse.
                “Gesù santissimo!” Tom esclamò.
                Tom riuscì a trovare un bancone intatto. Ci salì sopra e cominciò a urlare: “No! Questo no! Basta! Io non volevo questo!”
                Max era lì accanto a Tom.
                “Ah, merda,” disse piano.
                I barboni non si fermarono. Strapparono tende. Rovesciarono tavoli. Fracassarono altri banconi di vetro. Si udirono delle grida acute. Qualcosa si ruppe fragorosamente.
                Poi dardeggiò una lingua di fiamma, ma loro continuarono il saccheggio.
                Tom balzò giù dal suo bancone. L’intero episodio era durato meno di cinque minuti. Guardò in faccia Max.
                “Andiamo via da questo cazzo di posto!”
                Un altro sogno mandato in merda, un altro cane che crepa in strada, altri incubi di spazzatura.
                Tom si mise a correre e Max lo seguì. Presero la scala mobile e scesero. Tom e Max avevano ancora addosso i cappotti nuovi. Tolte le facce rosse e non rasate, sembravano quasi delle persone rispettabili. Al primo piano, si mischiarono alla folla. Alle porte c’era la polizia. Lasciavano uscire la gente ma non permettevano a nessuno di entrare.
                Tom aveva fregato una manciata di sigari. Ne passò uno a Max.
                “Dài, accendilo. Cerca di avere l’aria di una persona perbene.”
                Tom accese un sigaro per sé.
                “Ora, vediamo se riusciamo a uscire di qui.”
                “Secondo te li freghiamo, Tom?”
                “Boh. Cerca di avere l’aria di bancario, di un dottore...”
                “E che aria hanno?”
                “Stupida e soddisfatta.”
                Si mossero verso l’uscita. Non ebbero alcun problema. Vennero guidati fuori insieme a qualche altra persona. Sentirono dei colpi di arma da fuoco all’interno. Si voltarono a guardare l’edificio. Da una finestra in alto si vedevano uscire le fiamme. Poco dopo sentirono l’urlo delle sirene in arrivo.
                Presero verso sud per tornare ai quartieri bassi.

Quella notte loro due erano i due barboni meglio vestiti di tutto il dormitorio. Max era persino riuscito a rubare un orologio. Le lancette brillavano nel buio. La notte era appena all’inizio. Si distesero sui lettini mentre tutt’intorno cominciavano a russare.
                Era di nuovo tutto pieno, malgrado la massiccia retata del pomeriggio. Di barboni ce n’erano tanti da poter riempire ogni spazio libero.
                Tom tirò fuori due sigari e ne passò uno a Max. Li accesero e fumarono per un poco in silenzio. Dopo qualche minuto parlò Tom.
                “Ehi, Max...”
                “Sì?”
                “Non era così che doveva andare.”
                “Lo so. Ma va bene lo stesso.”
                Quelli avevano preso a russare sempre più forte, gradualmente. Tom tirò fuori da sotto il cuscino una nuova bottiglia da un quinto di vino. L’aprì e ne prese un sorso.
                “Max?”
                “Sì?”
                “Bevi?”
                “Certo.”
                Tom passò la bottiglia. Max ne prese un sorso e gliela restituì.
                “Grazie.”
                Tom fece scivolare la bottiglia sotto il cuscino.
                Era vino bianco.

1 commento:

  1. Questo racconto mi ha fatto pensare.
    E' un ottimo spunto per tanti pensieri. Troppi.

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