sabato 16 ottobre 2010

Annusare con gli occhi

Quando mi sono trovata davanti in libreria Il profumo, ho pensato che non sarebbe stato un gran libro.
Non so, forse la copertina non mi attraeva, la storia mi pareva troppo assurda e surreale...
Ma, nonostante tutto, l'ho comprato.
Non voglio dire altro. Lascio spazio a queste parole incise sullo schermo.
E' un pezzo lungo, ma è una bella sfida e confido che ce la possiate fare.

Capitolo 49


L’esecuzione era fissata per le cinque del pomeriggio. Già la mattina giunsero i primi curiosi, e si assicurarono i posti. Portarono sedie e panchette, cuscini per sedersi, cibo, vino e  anche i propri figli. Verso mezzogiorno, quando la popolazione rurale affluì in massa da tutte le direzioni possibili, il Cours era già talmente stipato che i nuovi arrivati dovettero accamparsi in alto, nei giardini e nei campi a terrazza al di là della piazza e sulla strada per Grenoble. [...] Affollavano anche i pendii più alti. Erano salite sugli alberi, erano sedute sui muri e sui tetti, si accalcavano a dieci, a dodici per finestra. [...]  Poco dopo le tre comparvero Monsieur Papon e i suoi aiutanti. Li accolse uno scroscio di applausi. [...] Verso le quattro la tribuna cominciò a riempirsi. C’era molta gente elegante da ammirare, ricchi signori con lacchè e buone maniere, belle signore, grandi cappelli, abiti luccicanti. Tutta la nobiltà cittadina e campagnola era presente. I signori del Consiglio comparvero in un tiro chiuso, guidato da due consoli. [...] Da ultimo veniva il vescovo sulla portantina aperta, in veste viola splendente e mitra verde. Chi ancora era a capo coperto, in quel  momento si tolse il berretto. Il clima si fece solenne. Poi per circa dieci minuti non accadde nulla. I signori avevano preso posto, il popolo attendeva immobile, nessuno più mangiava, tutti aspettavano. Papon e i suoi aiutanti erano come inchiodati alla piattaforma del patibolo. [...] Infine, quando già sembrava che la tensione non potesse durare oltre senza erompere in un grido generale, in un tumulto, in una rivolta o in qualche altra manifestazione di massa, si udirono nel silenzio un calpestio di cavalli e uno stridore di ruote. Da Rue Droite scendeva una carrozza chiusa a due cavalli, la carrozza del tenente di polizia. Attraversò la porta della città e apparve, ormai visibile a tutti, nel vicolo che portava al luogo dell’esecuzione. [...] La carrozza si arrestò tra il patibolo e la tribuna. I lacchè saltarono a terra, aprirono la portiera e fecero ribaltare la scaletta fino a terra. Scese il tenente di polizia, dopo di lui un ufficiale della guardia e infine Genouille. Indossava una giacca blu, una camicia bianca, calza di seta bianche e scarpe nere con fibbia. Non era incatenato. Nessuno lo teneva per il braccio. Scese dalla carrozza come un uomo libero. E poi accadde un miracolo. O qualcosa di simile a un miracolo, cioè qualcosa di talmente incomprensibile, inaudito e incredibile, che in seguito tutti i testimoni l’avrebbero definito un miracolo, se mai comunque fossero ancora riusciti a parlare, il che non avvenne, dal momento che poi tutti si vergognarono già soltanto per aver preso parte all’avvenimento. Accadde cioè che le diecimila persone presenti sul  Cours e sui pendii circostanti da un momento all’altro si sentirono invadere dall’assoluta certezza che il piccolo uomo in giacca blu appena sceso dalla carrozza non poteva essere un assassino. [...] L’uomo che si trovava nel luogo dell’esecuzione era l’innocenza in persona. In quel momento lo sentirono tutti, dal vescovo al venditore di limonata, dalla marchesa alla piccola lavandaia, dal presidente della corte al ragazzo di strada. Anche Papon lo sentì. E le sue mani, avvinghiate alla mazza di ferro, tremarono. [...] Non diversamente accadde ai diecimila uomini e donne e bambini e vecchi raccolti sul luogo: si sentirono deboli come giovanette che subiscono il fascino del loro innamorato. Furono sopraffatti da un sentimento possente di affetto, di tenerezza, di folle innamoramento infantile, sì, incredibile, d’amore per quel piccolo assassino, e non potevano, non volevano opporvisi. Era come un pianto al quale non si può resistere, come un pianto a lungo trattenuto che sale dallo stomaco e annulla come per miracolo qualsiasi resistenza, scioglie e dilava ogni cosa. Liquido puro erano ormai tutti, sciolti dentro nello spirito e nell’anima, un unico amorfo fluire, soltanto il loro cuore si muoveva all’interno come un debole grumo, e ognuno di essi, ognuno di esse, lo depose tra le mani del piccolo uomo in giacca blu, nella buona e nella cattiva sorte: lo amavano. Già da parecchi minuti Grenouille stava accanto alla portiera della carrozza senza muoversi. Il lacchè accanto a lui era caduto in ginocchio, e continuò ad abbassarsi sino ad assumere quell’atteggiamento di prostrazione totale che si usa in Oriente davanti al sultano e davanti ad Allah. E persino in questo atteggiamento continuava a tremare e a vacillare, e tentava di abbassarsi ancor più, fino a stendersi contro la superficie della terra, fino a entrarvi, fino a sotterrar visi. La sua devozione l’avrebbe fatto sprofondare fino all’altro capo del mondo. L’ufficiale della guardia e il tenente di polizia, entrambi uomini imponenti, che ora avrebbero dovuto condurre il condannato sul patibolo e affidarlo al boia, non riuscivano più a controllare i loro gesti. Piangevano e si toglievano il cappello, se lo rimettevano, si buttavano a terra, si gettavano l’uno tra le braccia dell’altro, si staccavano, agitavano le braccia in aria come insensati, si torcevano le mani, sussultavano e facevano smorfie come se fossero stati colti dal ballo di san Vito. I notabili che si trovavano un poco più distanti si abbandonavano alla loro emozione in modo non molto più discreto. Ognuno lasciava via libera all’impulso del proprio cuore. C’erano signore che alla vista di Grenouille si premevano i pugni contro il ventre e sospiravano di piacere; altra che, colte da struggente desiderio per lo splendido giovane - poiché tale appariva ad esse -, cadevano silenziosamente in deliquio. C’erano signori che d’un tratto schizzavano via dai loro sedili e poi si lasciavano ricadere giù e saltavano su di nuovo, ansimando violentemente e serrando i pugni sull’elsa della spada, come se volessero sguainarla e, mentre già la stavano sguainando, la ricacciavano nel fodero, cosicché c’era soltanto un gran strepitare e stridere; e altri, che muti volgevano gli occhi al cielo e torcevano le mani in preghiera; e monsignore, il vescovo, che, come se si sentisse male, si rovesciava in avanti con la parte superiore del corpo e batteva la testa sulle ginocchia, finché la sua mitra verde rotolò giù dalla testa; e non stava affatto male, bensì per la prima volta in vita sua si beava di un’estasi religiosa, poiché un miracolo era avvenuto dinanzi agli occhi di tutti, il Signore Iddio in persona aveva fermato il braccio del carnefice, mostrando colui che per il mondo era un assassino sotto forma di un angelo: oh, che cose simili accadessero ancora nel diciottesimo secolo! Com’era grande il Signore! E com’era piccolo e vano lui stesso, che aveva pronunciato una scomunica senza credervi, soltanto per placare la popolazione! Oh, quale presunzione, quale pusillaminità! E ora il Signore operava un miracolo! Quale splendida umiliazione, quale dolce mortificazione, quale grazia per un vescovo essere castigato in tal modo da Dio! Nel frattempo il popolo, al di là delle barricata, si abbandonava all’ebbrezza sempre più folle e sfrenata che Grenouille aveva scatenato con la sua apparizione. Chi da principio alla sua vista aveva provato soltanto pietà e commozione adesso era traboccante di nuda concupiscenza, chi dapprima aveva provato soltanto ammirazione e desiderio ora si sentiva in preda all’estasi. Tutti pensavano che l’uomo in giacca blu fosse l’essere più bello, più attraente e perfetto che si potesse immaginare: alle monache appariva come il Salvatore in persona, ai seguaci di Satana come il Signore splendente delle tenebre, agli uomini colti l’Essere Sublime, alle fanciulle come un principe di fiaba, agli uomini come il ritratto ideale di loro stessi. E tutti si sentirono riconosciuti e toccati da lui nel loro punto più sensibile, colpiti nel centro del loro eros. Era come se quell’uomo possedesse diecimila mani invisibili e le avesse posate sul sesso si ciascuna delle diecimila persone che lo circondavano, accarezzandolo proprio in quel modo che ognuno, uomo o donna, bramava ardentemente nelle sue più segrete fantasie. La conseguenza fu che la prevista esecuzione di uno dei delinquenti più esecrabili del suo tempo degenerò nel più gran baccanale che fosse stato dato di vedere dal  secondo secolo avanti Cristo in poi: donne morigerate si strapparono la blusa, si denudarono i seni tra urla isteriche, si gettarono a terra con le gonne sollevate, uomini incespicarono con sguardi folli in quel mare di carne lasciva stesa dinanzi a loro estrassero con furia dai pantaloni con dita frementi il loro membro, come irrigidito da un gelo invisibile, si lasciarono cadere ansimanti nel punto in cui si trovavano e copularono in posizioni e accoppiamenti impossibili, il vecchio con la vergine, il bracciante con la moglie dell’avvocato, l’apprendista con la monaca, il gesuita con la moglie del framassone, tutti alla rinfusa, come capitava. L’aria era greve del sudore dolciastro del piacere e colma delle grida, dei grugniti e dei gemiti delle diecimila belve umane. Era infernale. Grenouille stava a guardare e sorrideva. A coloro che lo vedevano, il suo sorriso sembrava il più innocente, il più affascinante e il più seducente del mondo. Ma in verità sulle sue labbra non c’era un sorriso, bensì un sogghigno orrendo, cinico, che rifletteva tutto il suo trionfo e tutto il suo disprezzo. Lui, Jean-Baptiste Grenouille, nato senza odore nel luogo più puzzolente del mondo, che proveniva dai rifiuti, dagli escrementi e dalla putrefazione, cresciuto senza amore, che viveva senza una calda anima umana, unicamente per ostinazione e con la forza del disgusto, piccolo, gobbo, zoppo, brutto, evitato da tutti, un mostro sia di dentro che di fuori, era riuscito a farsi benvolere dal mondo. Ma che benvoluto! Amato! Adorato! Idolatrato! Aveva compiuto l’impresa di Prometeo. Con infinita raffinatezza era riuscito a produrre la scintilla divina che altre persone ricevono dalla culla senza colpo ferire, e di cui lui solo era stato privato. Più ancora! Se l’era creata da sé lottando, nell’interno del suo sé. Era ancora più grande di Prometeo. Si era creato un’aura più splendida e potente di quella di qualsiasi altro uomo prima di lui. E non la doveva a nessuno – non a un padre, non a una madre, e meno che mai a un Dio benevolo – ma unicamente a se stesso. In realtà era il Dio di se stesso, ed era un Dio ben più grande di quel Dio puzzolente d’incenso che dimorava in chiesa. Di fronte a lui c’era un vescovo in ginocchio che guaiva di piacere. Ricchi e potenti, fieri signori e signore si consumavano dall’ammirazione, mentre tutto intorno il popolo, tra cui c’erano padri, madri, fratelli e sorelle delle sue vittime, celebrava orge in suo onore e in suo nome. Un suo cenno, e tutto avrebbero rinnegato il loro Dio e adorato lui, il Grande Grenouille. Sì, era il Grande Grenouille! Adesso era evidente. Lo era, come un tempo nelle sue fantasie d’innamoramento di sé, così ora nella realtà. In questo momento viveva il più grande trionfo della sua vita. E sentì che era orribile. Era orribile, perché non riusciva a goderne neppure per un secondo. Nel momento in cui era sceso dalla carrozza sulla piazza illuminata dal sole, con indosso il profumo che indice gli uomini ad amare chi lo porta, con il profumo cui aveva lavorato per due anni, il profumo che aveva sognato di possedere tutta la vita... nel momento in cui vide e percepì con l’olfatto come esso agiva in modo irresistibile e come, diffondendosi con la rapidità del vento, catturava le persone che gli stavano attorno... in quel momento tutto il disgusto per l’umanità si ridestò in lui e avvelenò il suo trionfo così profondamente che non solo non provò gioia alcuna, ma neppure il minimo senso di compiacimento. Ciò che aveva sempre agognato, e cioè che gli uomini lo amassero, nel momento del suo successo gli era intollerabile, perché lui stesso non li amava, li odiava. E d’un tratto seppe che non avrebbe mai tratto soddisfazione dall’amore, bensì sempre e soltanto dall’odio, dall’odiare e dall’essere odiato. Ma l’odio che provava per gli uomini non trovava eco in loro. Quanto più in quell’istante li odiava, tanto più essi lo idolatravano, perché di lui non percepivano altro se non la sua aura usurpata, la maschera del suo odore, il suo profumo rubato, che in realtà era divinamente buono. Ora avrebbe voluto estirparli tutti dalla terra, quegli uomini stupidi, puzzolenti, erotizzati, proprio come un tempo, nelle contrade della sua anima nera, aveva estirpato gli odori estranei. E si augurava che essi sapessero quanto li odiava, e che per questo, per questo suo unico sentimento vero mai provato, ricambiassero il suo odio e lo estirpassero a loro volta, come già si erano proposti di fare all’inizio. Voleva liberarsi per una volta nella vita. Per una volta nella vita voleva essere uguale agli altri e liberarsi di ciò che aveva dentro: come essi si liberavano del loro amore e della loro stupida adorazione, così lui del suo odio. Voleva essere conosciuto per una volta, una sola volta, nella sua vera esistenza, e ricevere una risposta da un altro uomo sul suo unico sentimento vero, l’odio. Ma non avvenne nulla. Non poteva avvenire nulla. E quel giorno meno che mai. Poiché si era mascherato con il miglior profumo del mondo, e sotto questa maschera non aveva un volto, non aveva nulla se non la sua totale assenza di odore. D’un tratto cominciò a star male, poiché sentì che le nebbie salivano di nuovo attorno a lui. Come allora, nella caverna in sogno nel sonno nella sua fantasia, salirono d’un tratto le nebbie spaventose del suo odore che non riusciva a sentire poiché ne era privo. E come allora provò un’immensa paura e angoscia, e credette di soffocare. Ma diversamente da allora questo non era un sogno né un sonno, bensì la cruda realtà. E diversamente da allora non si trovava solo in una caverna, bensì su una piazza, davanti a diecimila persone. E diversamente da allora non poteva aiutarlo un grido, che l’avrebbe svegliato e liberato, né poteva fuggire tornando nel buon mondo caldo, che l’avrebbe salvato. Poiché questo, qui e ora, era il mondo, e questo, qui e ora, era il suo sogno divenuto realtà. E lui stesso aveva voluto così. Le orribili nebbie soffocanti salivano di nuovo dalla palude della sua anima, mentre attorno a lui il popolo gemeva in estasi orgiastiche e orgasmiche. Un uomo si mise a correre verso di lui. Si era alzato di scatto dalla prima fila dei notabili, con tale impeto che il cappello nero gli era caduto dalla testa, e ora si precipitava verso il luogo dell’esecuzione con la giacca nera svolazzante, come un corvo o come un angelo vendicatore. Era Richis. Mi ucciderà,  pensò Grenouille. È l’unico uomo che non si lascia ingannare dalla mia maschera. Non può lasciarsi ingannare. Ho addosso il profumo di sua figlia, chiaro e rivelatore come il sangue. Deve riconoscermi e uccidermi. Deve farlo. E allargò le braccia per accogliere l’angelo che volava verso di lui. Già pensava di sentire contro il petto l’urto del pugnale o della spada come un colpo stupendamente eccitante, e la lama che penetrava attraverso la sua corazza di profumo e la nebbia soffocante fino al centro del suo cuore freddo... finalmente, finalmente qualcosa nel suo cuore, qualcosa che non fosse lui stesso! Già si sentiva redento. Ma poi d’un tratto Richis gli si buttò al petto, non un angelo vendicatore, ma un Richis sconvolto, che singhiozzava da far pietà, e lo abbracciò, si avvinghiò a lui con tutte le sue forze, come se non avesse trovato altro appiglio in un mare di beatitudine. Non una pugnalata liberatrice, non una stoccata al cuore, neppure una maledizione o anche soltanto un grido d’odio. C’era invece la guancia umida di lacrime di Richis contro la sua e una bocca tremante, che gli sussurrava piangendo: “Perdonami, figlio mio, mio figliolo caro, perdonami!” In quel momento sentì dall’interno che tutto dileguava davanti ai suoi occhi, e il mondo circostante si oscurò totalmente. Le nebbie dentro si lui si trasformarono in un flusso impetuoso, simile a latte bollente, schiumeggiante. Lo inondarono, premettero con forza spaventosa contro la pelle del suo corpo senza trovare una via d’uscita. Tentò di fuggire, di fuggire per l’amor di Dio, ma dove... Voleva scoppiare, esplodere voleva, per non essere soffocato dal suo sé. Infine cadde a terra e perse i sensi.

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