martedì 26 luglio 2011

Al mio amante che torna da sua moglie

Anne Sexton.
Donna impaziente e impazzita.
Si è ritrovata a scalciare in una vita che non la conteneva più.
Ha cercato di strappare le pareti che la costringevano ad un ruolo di moglie-madre-serva usando le armi della disperazione e della dipendenza.
Queste parole non sono Bellezza, come quella che ho raccolto fino ad adesso in questo blog, per voi.
Queste parole sono il rimpianto per non riuscire ad esserne parte.
Ve le affido affinché siano coccolate nei vostri occhi, perché possano sentire - anche se troppo tardi - un briciolo di affetto.
(dal libro Poesie d'amore, traduzione di Rosaria Lo Russo)

Amedeo Modigliani

Lei è tutta là.
Per te con maestria fu fusa e fu colata,
per te forgiata fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie predilette fu costrutta.

Lei è sempre stata là, mio caro.
Infatti è deliziosa.
Fuochi d’artificio in un febbraio uggioso,
e concreta come pentola di ghisa.

Diciamocelo, sono stata di passaggio.
Un lusso. Una scialuppa rosso fuoco nella cala.
mi svolazzano i capelli dal finestrino.
Son fumo, cozze fuori stagione.

Lei è molto di più. Lei ti è dovuta,
t’incrementa le crescite usuali e tropicali.
Questo non è un esperimento. Lei è tutta armonia.
S’occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto,

ha messo fiorellini sul davanzale a colazione,
s’è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno,
ha esposto tre bambini al plenilunio,
tre puttini disegnati da Michelangelo,

l’ha fatto a gambe spalancate
nei mesi faticosi alla cappella.
Se dai un’occhiata, i bambini son lassù
sospesi alla volta come delicati palloncini.

Lei li ha anche portati a nanna  dopo cena,
e loro tutt’e tre a testa bassa,
piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti,
e la sua faccia avvampa neniando il loro poco sonno.

Ti restituisco il cuore.
Ti dó libero accesso:

al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa,
alla cagna che in lei tramesta nella sozzura,
e alla sua ferita sepolta
- alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa -

al pallido bagliore tremolante sotto le costole,
al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso sinistro,
alle sue ginocchia materne, alle calze,
alla giarrettiera - per il richiamo -

lo strano richiamo,
quando annaspi fra braccia e poppe
e dai uno strattone al suo nastro arancione
rispondendo al richiamo, lo strano richiamo.

Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
Lei è solida.

Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo.

mercoledì 13 luglio 2011

Le parole eran pallottole

Libro dall'odore acidulo della biblioteca.
Scavando tra gli scaffali l'ho trovato, e l'ho tenuto tra le mani come se dovesse fuggire.
S'intitola Riso nero, di Sherwood Anderson, nella traduzione di Cesare Pavese.
Non sapevo che aspettarmi da questo americano.
Troppo spesso le storie mi scivolano addosso senza penetrare sul serio.
Ma stavolta sono stata trascinata, colta all'improvviso e buttata dentro.
E' molto bello, quando le parole sanno chi sei.
Questo libro parla di uomini e di un fiume.
Di lavoratori neri che cantano e sanno, anche se non dicono.
Di un amore che non lo era.
E di un fiume. Che accompagna. O forse minaccia.
Ecco qui l'estratto, scritto in modo - a parer mio - magistrale.
Per voi.



Non servì però a nulla. Il piede di Fred urtò una pietra rotonda e lui incespicando fu costretto a fare un passo rapido per evitare di cadere. La voce di Aline chiamò. «Fred» disse e poi ci fu un silenzio, un silenzio molto denso, mentre Fred si fermava tremando sul sentiero. L’uomo e la donna si alzarono dalla panca e vennero alla sua volta mentre un nauseante senso di disperazione afferrava Fred. Non si era sbagliato. L’uomo con Aline era il giardiniere, Bruce. Quando l’ebbero raggiunto, tutti e tre stettero qualche momento in silenzio. Era rabbia o paura che aveva così afferrato Fred? Bruce non aveva nulla da dire. La cosa da definire stava tra Aline e il marito. Se Fred avesse fatto improvvisamente qualcosa di violento - sparare per esempio - lui allora necessariamente avrebbe preso parte diretta alla scena. Era un attore in disparte, mentre altri due attori stavano recitando. Sì, era la paura che stringeva Fred. Aveva una paura terribile non di Bruce uomo, ma di Aline donna.
Aveva quasi raggiunta la casa quand’era stato scoperto, ma Aline e Bruce, che gli erano venuti incontro seguendo uno spiazzo rialzato del giardino, si trovavano ora tra lui e la casa. Fred provò quel che aveva provato da militare al momento di entrare in battaglia.
Lo stesso senso di desolazione, di essere interamente solo in un vuoto strano. Al momento di entrare in battaglia si perde a un tratto ogni connessione con la vita. Quel che vi riguarda è la morte. La morte è ora tutto e il passato è un’ombra che svanisce. Non c’è futuro. Nessuno vi ama. Non amate nessuno. Avete il cielo sul capo, la terra sempre sotto i piedi, compagni che vi camminano accanto, vicino alla strada dove avanzate con qualche centinaio di altri uomini - tutti come voi, macchine vuote, come le cose - gli alberi crescono, ma il cielo, la terra e gli alberi non hanno nulla a che fare con voi. I vostri compagni non hanno nulla a che fare con voi, ora. Siete una cosa staccata che fluttua nello spazio, che sarà uccisa, che cercherà di scampare e di uccidere altri. Fred conosceva bene la sensazione che provava adesso; e tornare a provarla, dopo che la guerra era finita, dopo questi mesi di esistenza pacifica con Aline, nel proprio giardino, all’uscio della propria casa, lo riempiva di un antico orrore. In una battaglia non si ha paura. Essere coraggioso o vile non ha nulla a che fare con la situazione. Voi ci siete. Le pallottole vi voleranno intorno. Voi sarete colpito o scamperete.
Aline ora non apparteneva a Fred. Era diventata lei il nemico. Fra un istante avrebbe cominciato a dir parole. Le parole eran pallottole. O vi colpivano o vi mancavano, e voi scampavate. Benché per settimane Fred avesse combattuto contro l’idea che qualcosa fosse passato tra Aline e Bruce, ora non aveva più bisogno di combattere. Ora avrebbe saputo la verità. Ora, come in battaglia, sarebbe stato colpito o sarebbe scampato. Ebbene, era già stato in battaglia. Aveva avuto fortuna, dalle battaglie era scampato sano e salvo. Aline dritta innanzi a lui, la casa che appariva confusamente sopra la spalla della donna, il cielo, in alto, la terra sotto i piedi: nessuna di queste cose ora gli apparteneva. Ricordava qualcosa, quel giovanotto sconosciuto sull’orlo della strada in Francia, quel giovane ebreo che voleva strappare le stelle dal cielo e mangiarle. Fred comprendeva quello che il giovane aveva voluto dire. Comprendeva che aveva voluto essere di nuovo una parte delle cose, che aveva voluto che le cose fossero ancora una parte di lui. 

Aline parlava. Le parole le uscivano lente, penose dalle labbra. Il suo viso era un ovale bianco nell’oscurità. Era come una donna di pietra dritta innanzi a lui. Si era accorta di amare un altro uomo e quest’uomo era venuto a cercarla. Quando lei e Fred erano in Francia non era stata che una ragazza, non aveva saputo nulla. Aveva creduto che il matrimonio fosse semplicemente il matrimonio: due persone che vivono insieme. Benché avesse fatto a Fred un’azione del tutto imperdonabile, non era stata sua intenzione far qualcosa del genere. Persino dopo trovato il suo uomo e dopo che erano stati amanti, Aline aveva creduto, aveva cercato... Sì, aveva creduto di poter continuare ad amare Fred, a vivere con lui. Ci voleva del tempo perché una donna crescesse, come ce ne voleva per un uomo. Sappiamo tanto poco di noi stessi. Era andata innanzi raccontandosi menzogne, ma ora l’uomo che amava era tornato e non era più possibile continuare a mentire né a lui né a Fred. Continuare a vivere con Fred sarebbe stata una menzogna. Non andare coll’amante sarebbe stata una menzogna.
«Il bambino che aspetto non è tuo figlio, Fred».
Fred non disse nulla. Che cosa si poteva dire? Quando siete in battaglia le pallottole vi colpiscono o voi scampate e vivete, siete contento di vivere. Ci fu un pesante silenzio. I secondi passarono lenti, penosi. Una battaglia una volta cominciata sembra che non finisca più. Fred aveva pensato, aveva creduto che quand’era tornato a casa in America, quando aveva sposato Aline, la guerra fosse finita. «La guerra per finire la guerra».
Fred ebbe voglia di abbandonarsi sul sentiero e di mettersi le mani sulla faccia. Ebbe voglia di piangere. Quando si è feriti è questo che si fa, si piange forte. Ebbe voglia che Aline finisse di parlare, non dicesse più nulla. Che cose spaventose potevano essere le parole. «Basta! Férmati! Non dir più nulla» ebbe voglia di supplicarla.
«Non posso far altro, Fred. Noi ce ne andiamo ora. Aspettavamo soltanto per dirtelo» disse Aline.
E ora erano venute parole anche a Fred. Che umiliazione! Stava supplicandola. «È tutto un errore. Non andare, Aline! Sta’ qui! Dammi tempo! Dammi un’occasione. Non andare». Dire le parole che diceva era per Fred sparare a un nemico in battaglia. Voi sparavate con la speranza che qualcuno sarebbe stato colpito. Era così. Il nemico cercava di far qualcosa di spaventoso a voi e voi cercavate di farlo a lui.
Fred continuò a ripetere ancora le stesse due o tre parole... Era come sparare un fucile in battaglia: sparare e poi sparare ancora. «Non farlo! Non puoi farlo! Non farlo! Non puoi!» Sentì che Aline veniva ferita. Aveva appena notato Bruce che si era tirato un po’ indietro, lasciando l’uomo e la moglie fronteggiarsi. Aline aveva messo la mano sul braccio di Fred. Tutto il corpo di Fred era contratto.
E ora i due, Aline e Bruce, stavano allontanandosi per il sentiero dov’era lui. Aline aveva messo le braccia al collo di Fred e avrebbe potuto baciarlo, ma lui si ritirò un po’ indietro col corpo irrigidito, e l’uomo e la donna gli passarono innanzi mentre stava così. Fred la lasciava andare. Non aveva fatto nulla. Evidentemente eran già stati fatti i preparativi. Quel Bruce portava due pesanti valigie. Li aspettava un’automobile in qualche luogo? Dove andavano? Avevano raggiunto il cancello e stavano uscendo dal giardino nella strada quand’egli gridò di nuovo: «Non farlo! Non puoi farlo! Non farlo!» gridò.

martedì 28 giugno 2011

Quel che si dissero Don Chisciotte e il suo scudiero, ed altri famosissimi avvenimenti

Questo è un pezzo che va letto con spumeggiante allegrezza, tratto dal secondo libro di Don Chisciotte, di Miguel de Cervantes.
Questa storia mi ha accompagnata per molto tempo.
Riposava il librone sul comodino, e quando lo riprendevo in mano mi accompagnava in questo mondo coinvolgente e spezzettato.
Ho amato Don Chisciotte, la sua figura scavata e il portamento dignitoso.
Ho amato la scrittura saltellante di Cervantes, magistralmente incatenata e variopinta, incredibilmente circolare e precisa.
Ho amato queste pagine di un amore spensierato e ammirato.

Quello che vi propongo non è che un assaggio.
Ma va gustato con molta attenzione e gran godimento.


Quel che si dissero Don Chisciotte e il suo scudiero, ed altri famosissimi avvenimenti.

Appena la governante vide che il suo padrone si serrava in camera con Sancio Panza, s’immaginò di quel che si trattava; e, pensando che dal quel consiglio doveva uscire la deliberazione della terza sortita, prese la mantiglia, e in preda a una angoscia penosa andò a cercare il baccelliere Sansone Carrasco, perché le parve che, essendo un bel parlatore e amico di fresco del suo padrone, avrebbe potuto persuaderlo ad abbandonare un proposito così insensato. Lo trovò che passeggiava su e giù pel cortile di casa sua, e appena lo vide, si lasciò cadere ai suoi piedi, ansante e desolata.
                - Che affare è questo, signora governante? - esclamò Carrasco quando la vide così disperata e tutta sottosopra. - Che le è successo, ch’e’ pare che le vogliano strappar l’anima di corpo?
                - Nient’altro che questo, signor Sansone mio, che il padrone va via, creda, va via.
                - Va via?! E di dove va via, signora? - domandò Sansone. - S’è rotto forse in qualche punto?
                - Va via di cervello! Voglio dire, mio caro signor baccelliere, che vuole andar via un’altra volta, e sarà la terza, a cercare pel mondo quelle che egli chiama venture, e che io non so capire come le possa chiamar così. La prima volta ce lo riportarono disteso a traverso su un ciuco e tutto pesto dalle legnate; la seconda tornò su un carro da buoi chiuso, in una gabbia, dove credeva di trovarsi per incantesimo; ed era così avvilito, che non lo avrebbe riconosciuto la mamma che lo partorì: secco, giallo, con gli occhi infossati in fondo in fondo alle occhiaie, che per tirarlo su un po’ ho consumato più di seicento uova, come lo sa Iddio e tutti quanti e le mie galline che non mi faranno bugiarda.
                - Oh, lo credo, lo credo! - rispose il baccelliere. - Son così buone, così grasse e così bene educate le sue galline, che non direbbero una cosa per un’altra a costo di schiantare. Ma dunque, signora governante, non c’è proprio altro? Non è successo altro male che questa temuta fuga del signor Don Chisciotte?
                - No, signore; non è successo altro - rispose lei.
                - Allora, non stia in pensiero per questo - rispose il baccelliere - ma torni a casa tranquilla, mi prepari qualche cosina di caldo per far colazione, e via facendo reciti l’orazione di Santa Apollonia, se la sa; ché ora io verrò laggiù, e le farò veder meraviglie.
                - Oh povera me! - replicò la governante - l’orazione di Santa Apollonia devo recitare? Sarebbe buona se il mio padrone avesse mal di denti, ma se ha male al cervello!
                - Io so quel che dico, signora governante; vada pure, e non si metta a discuter con me, perché lei sa bene che io son baccelliere di Salamanca e più là c’è il muro - rispose Carrasco.
                La governante se n’andò, e il baccelliere si recò subito a cercare il curato per discorrere con lui di quel che si dirà a suo tempo.
                Mentre Don Chisciotte e Sancio stettero serrati in camera, si svolse fra loro un dialogo che la storia riporta con molta esattezza e scrupolosa fedeltà. Disse Sancio al suo padrone:
                - Signor padrone, la mi’ moglie l’ho bell’e incotta a lasciarmi venir via con lei dove la mi vorrà portare.
                - Indotta, vuoi dire, Sancio, e non incotta.
                - Gliel’ho già detto un altro par di volte, se ben mi ricordo - disse Sancio - che mi faccia il piacere di non mi corregger le parole, quando capisce quel che voglio dire. E quando non capisce, dica: «Sancio» oppure: «Diavolo, non ti capisco». E se io non riesco a farmi intendere, allora sì mi corregga, perché io son molto fòcile.
                - Non ti capisco, Sancio - disse subito Don Chisciotte - poiché non so quel che vuol dire «son molto fòcile».
                - Molto fòcile vuol dire che son molto... così.
                - Ora t’intendo meno che mai - replicò Don Chisciotte.
                - Se non riesce a capirmi - rispose Sancio - io non so come dirlo; non so altro, e Dio m’assista.
                - Ah! ora ho capito - replicò Don Chisciotte - tu vuoi dire che sei molto docile, remissivo, arrendevole, e che tu accetterai quello ch’io ti dirò e farai ciò che t’insegnerò.
                - Scommetterei - disse Sancio - che fin dal principio lei m’ha capito benissimo, vede; ma l’ha fatto apposta per imbrogliarmi e farmi dire altri duecento sfarfallotti.
                - Può anche essere - replicò Don Chisciotte - ma in sostanza che dice dunque Teresa?
                - La Teresa la dice che m’intenda bene con Vossignoria; che carta canta e villan dorme, perché patti chiari amici cari, e costa più un piglia che due ti darò. Io poi aggiungo che consiglio di donna poco vale, ma chi non lo segue fa male.
                - Lo dico anch’io - rispose Don Chisciotte. - Dite, dite, caro Sancio, andate pure avanti; ché oggi parlate a meraviglia.
                - Il fatto è - replicò Sancio - che come lei sa benissimo, noi siamo tutti soggetti alla morte, e che oggi ci siamo, domattina no; e, per morire, agnello o montone, tutte l’ore son buone; e nessuno in questo mondo può ripromettersi più ore di vita di quelle che Dio vuol dargli, perché la morte è sorda, e quando arriva a bussare alla porta della nostra vita, l’ha sempre furia, e non valgono a rattenerla né preghiere, né forze, né scettri, né mitrie, come è voce e fama pubblica e come sempre ci dicono da tutti i pulpiti.
                - Tutto questo è vero - disse Don Chisciotte - ma non so dove tu voglia andare a finire.
                - Vo a finire - disse Sancio - che lei mi deve fare il piacere di stabilirmi un salario fisso; un tanto al mese pel tempo che la servirò; e di farmi pagare questo salario con le sue rendite: perché non voglio stare a delle paghe che arrivano tardi o male, o non arrivan mai; col mio mi aiuti Iddio. In una parola io voglio sapere quel che guadagno, poco o molto che sia; la gallina la cova anche su un uovo solo, e molti pochi fanno un assai, e fintanto che si guadagna qualcosa, non si perde nulla. È vero che se succedesse (ma questo io non lo credo né lo spero) che lei mi desse l’isola che m’ha promesso, io allora non sarei tanto ingrato, né spingerei le cose a tal segno da non volere che si computasse l’ammontare della rendita dell’isola e si levasse dal mio salario, facendo il sorteggio mese per mese.
                - Eh, caro Sancio - rispose Don Chisciotte - alle volte, sì, è proprio meglio un sorteggio che un conteggio.
                - Ho capito - disse Sancio - scommetterei che dovevo dir conteggio e non sorteggio; ma non importa nulla, dal momento che lei m’ha capito.
                - E tanto capito - replicò Don Chisciotte - che son penetrato fino in fondo al tuo pensiero, e conosco il segno a cui miri con le innumerevoli frecce dei tuoi proverbi. Senti, Sancio, io sarei anche disposto a stabilirtelo un salario, se avessi trovato in qualcuna delle storie dei cavalieri erranti un esempio che mi dimostrasse, o anche mi facesse intravedere attraverso il più piccolo spiraglio, quanto eran soliti a guadagnare gli scudieri al mese o all’anno; ma io ho letto tutte o la maggior parte almeno delle loro storie, e non ricordo di aver mai letto che un cavaliere errante abbia stabilito un salario fisso a un suo scudiero. So soltanto che tutti servivano per avere un compenso; e che quando meno se l’aspettavano, se ai loro signori era andata bene, si trovavano compensati con un’isola o con un’altra cosa equivalente, e nel peggiore dei casi s’acquistavano un titolo nobiliare. Se con queste speranze e questi emolumenti, caro Sancio, vi piace dunque di tornare a servirmi, benvenuto; ma che io voglia uscire dai termini e confini delle antiche usanze della cavalleria errante, caro Sancio, non ci pensate nemmeno. Quindi tornate a casa vostra, e riferite a vostra moglie Teresa le mie intenzioni, e se piace a lei e piace a voi di stare così alla ventura con me, bene quidem, se no, amici come prima; ché se in piccionaia non manca l’orzo,  non mancheranno piccioni, e ricordatevi che chi lascia il poco per l’assai, si ritrova sovente in mezzo a’ guai, e chi troppo vuole, niente ha. Parlo in questo modo, caro Sancio, per farvi vedere che anch’io, come voi, so far piovere proverbi a dirotto; e in conclusione vi voglio dire e vi dico che, se non volete venire con me a queste condizioni e correr la sorte che correrò io, Dio stia con voi e vi santifichi, ché a me non mancheranno scudieri più obbedienti, più zelanti e non tanto impacci osi e chiacchieroni come voi.
                Quando Sancio sentì la ferma risoluzione del suo padrone, gli si rannuvolò il cielo, e gli caddero giù le ali dal cuore, perché aveva creduto che il suo padrone non sarebbe andato via senza di lui per tutto l’oro del mondo; e mentre se ne stava così incerto e pensoso, entrò Sansone Carrasco con la governante e la nipote, desiderose di sentire con quali ragioni egli avrebbe persuaso il loro padrone a non tornare a cercare avventure. Quel burlone di Sansone si fece avanti, e abbracciandolo come la prima volta e alzando la voce:
                - O fiore della cavalleria errante - esclamò. - O splendida luce delle armi! O onore e specchio della nazione spagnuola! Piaccia all’onnipotente Iddio, in tutta l’estension del termine, che la persona o le persone che vorrebbero impedire e frapporre ostacoli alla tua terza uscita, senza uscita rimangano nel laberinto dei loro desidèri, e non vedano mai più compiersi ciò che esse maggiormente desideravano. - E volgendosi alla governante le disse: - La signora governante smetta pure di recitare l’orazione di Santa Apollonia, poiché io so che è precisa determinazione delle sfere celesti che il signor Don Chisciotte torni a mandare ad effetto i suoi alti e nuovi progetti; e io m’aggraverei molto l’anima, se non persuadessi e intimassi a questo cavaliere di non tener più ritirata e inoperosa la forza del suo braccio valoroso e la bontà del suo intrepido animo, perché col suo ritardo defrauda il diritto dei torti, la protezione degli orfani, l’onore delle donzelle, il sostegno delle maritate, e altre cose di questo genere che toccano, appartengono e sono annesse e connesse all’ordine della cavalleria errante. Su, signor Don Chisciotte, da bravo, piuttosto oggi che domani, si ponga Vostra Grazia e Vostra Grandezza in cammino; e se qualche cosa le mancasse per l’esecuzione dei suoi progetti, son qua io per supplirvi di persona e di borsa; e se fosse necessario servire Vostra Magnificenza da scudiero, la riterrei come una gran fortuna.
                Qui Don Chisciotte, voltandosi a Sancio:
                - Non te lo dicevo, Sancio - esclamò - che scudieri n’avrei avuti d’avanzo? Guarda chi si offre di farmi da scudiero: nientemeno che l’illustrissimo baccelliere signor Sansone Carrasco, continuo divertimento e delizia dei cortili delle scuole di Salamanca, sano di corpo, agile di membra, parco di parole, pronto a sopportare caldo e freddo, fame e sete, con tutte quelle doti insomma che si richiedono per essere scudiero d’un cavaliere errante. Ma non voglia il cielo che, per compiacere i miei gusti, io rovesci e spezzi la colonna delle lettere e il vaso delle scienze, e tronchi la eccelsa palma delle arti liberali: rimanga il nuovo Sancio nella sua patria, e, onorando la patria, onori insieme la canizie dei suoi vecchi genitori; ché io mi contenterò di uno scudiero qualunque, dal momento che Sancio non si degna più di venir con me.
                - Sì, sì, vengo! - esclamò Sancio commosso e con gli occhi pieni di lacrime, e proseguì: - Non si deve dire di me, signor padrone, avuta la grazia gabbato lo santo; no, io son d’una razza che non conosce l’ingratitudine; tutto il mondo lo sa, e lo sa specialmente il mio paese chi sono stati i Panza da cui discendo; tanto più che conosco benissimo da molti benefici, e più ancora dalle buone parole, il desiderio che lei ha di farmi del bene. E se mi son messo a stiracchiare sul salario, è stato per dar retta alla mi’ moglie, che quando la piglia l’aire a sostenere una cosa, non c’è mazzuolo che picchi e ripicchi sui cerchi d’una botte, quanto picchia e ripicchia lei perché si faccia quel che la vuole, ma in sostanza l’uomo dev’essere uomo e la donna, donna; e siccome io son uomo dappertutto, e sfido a dir di no, voglio esserlo anche in casa mia, a dispetto di chi non vuole. Quindi non c’è da far altro, se non che lei metta in ordine il suo testamento col suo bravo codicillo, in modo che non si possano impegnare, e mettiamoci subito in cammino, perché non ne soffra l’anima del signor Sansone; il quale dice che la sua coscienza gli ordina di persuadere la Signoria Vostra a uscire la terza volta pel mondo; e io mi offro di nuovo a servirla fedelmente e lealmente, altrettanto bene e anche meglio di quanti mai scudieri hanno servito cavalieri erranti, nei tempi passati e nei presenti.
                Il baccelliere rimase sorpreso nell’udire il modo di discorrere di Sancio Panza, perché sebbene avesse letto la prima parte della storia del suo padrone, non avrebbe mai creduto che fosse così buffo, come è descritto lì; ma sentendogli ora dire testamento e codicillo che non si possano impegnare, invece di testamento e codicillo che non si possano impugnare, credette tutto ciò che aveva letto di lui, e persuaso d’aver dinnanzi uno dei più solenni mentecatti del nostro tempo, si disse fra sé che, tra padrone e servitore, due pazzi a quel modo non s’eran mai visti nel mondo.
                Finalmente Don Chisciotte e Sancio s’abbracciarono e rimasero amici, e dietro il parere e beneplacito del gran Carrasco, che ora era diventato il loro oracolo, la partenza fu fissata per tre giorni dopo, durante i quali ci sarebbe stato il tempo di preparare il necessario per il viaggio, e di cercare un elmo con la visiera, perché Don Chisciotte disse che gli ci voleva in tutti i modi. «Ci penso io» disse Sansone sapendo che un suo amico ce n’aveva uno (sebbene più nero di ruggine e di gruma che lucido e scintillante pel ben forbito acciaro) e che non gliel’avrebbe rifiutato.
                Le maledizioni che le due donne, governante e nipote, mandarono al baccelliere, non si contano; si strapparono i capelli, si graffiarono il viso, e come le prefiche d’un tempo, piangevano la partenza di Don Chisciotte, come se si trattasse della sua morte. Il progetto che aveva Sansone nel persuadere Don Chisciotte a un’altra sortita consisteva nel fare quello che la storia racconta più avanti: egli era in pieno accordo col curato e col barbiere, co’ quali s’era già consigliato. Alla fine, in quei tre giorni, Don Chisciotte e Sancio si fornirono di tutto ciò che credettero utile, e dopo aver pacificato un poco le donne, Sancio la moglie, Don Chisciotte la nipote e la governante, sul far della notte, senza che nessuno li vedesse, tranne il baccelliere che volle accompagnarli una mezza lega fuori del paese,  si misero in cammino verso il Toboso, Don Chisciotte sopra il suo bravo Ronzinante, e Sancio sopra il suo vecchio ciuco, con le bisacce piene di roba pertinente alla bucolica, e la borsa provvista di denari datigli dal padrone per le evenienze. Sansone l’abbracciò e lo pregò a dargli notizie della sua buona o cattiva fortuna, per rallegrarsi di questa e condolersi dell’altra secondo le leggi dell’amicizia. Don Chisciotte glielo promise, e Sansone ritornò al paese, mentre gli altri due prendevan la  strada della gran città del Toboso.