martedì 6 marzo 2012

Discriminazione, enoizanimircsid

Perdonatemi se sono monotematica, ma questo libro (Racconti di vento e di mare) mi sta regalando una dose di bellezza senza precedenti.
Oggi vi metto questo, s'intitola Nella baia di Rio, scritto da Edmondo De Amicis.
E' una storia che mi ha messo i brividi.
Ho visto quell'uomo malato, ho sentito l'imbarazzo e l'inadeguatezza dei marinai.
E un grande scrittore non deve far altro che questo.
Emozionare, senza che il lettore si accorga della fatica e del lavoro che ci stanno sotto.

Questo è per tutti i migranti, e per tutti gli emarginati che lo sanno.

Eccolo qui, ancora caldo.



                Mentre, tutti brillanti della gioia del ritorno, stavamo per scendere nella barca a vapore che ci doveva portare al piroscafo, si avvicinò alla comitiva un contadino d’una cinquantina d’anni, alto e pallido, che camminava a fatica, e che aveva un involto di panni sotto il braccio. Era un emigrato lombardo; uno di quei molti disgraziati che i medici dei bastimenti rimandano indietro per non avere un morto a bordo durante la traversata dell’Oceano: era malato grave e l’avevano rimandato anche perché, essendovi a Rio Janeiro la febbre gialla, s’usava più rigore del solito.
                Domandò del comandante, ch’era fra noi: gliel’accennammo; gli si avvicinò col cappello in mano. Aveva gli occhi infossati, uno di quei visi di contadini risentiti e fieri, che fanno più compassione degli altri, quando si vedon supplichevoli, perché si capisce quanto dovettero e debbon soffrire per mutarsi in quella maniera. Egli domandava per grazia di essere ricevuto a bordo. Veniva dall’interno del Brasile, era sfinito da un viaggio lunghissimo e penoso, voleva ritornare in patria; e non lo diceva, ma si capiva che voleva partire ad ogni costo quel giorno, perché sentiva che i suoi giorni eran contati.
                Il comandante gli rispose di no.
                Il contadino si percosse la fronte con la mano.
                Poi cominciò a pregare con voce tremante, parlando rapidamente.
                - Mi lasci partire, signor comandante, mi lasci partire. Mi metteranno dove vogliono. Mi chiudano anche. Paghi el doppi. Quando dico che mi chiudano! Mi gettino in mare se vedranno che va male. Ho bisogno di partire. Ci ho la mia famiglia laggiù che m’aspetta; i piscinitt! El doppi paghi, el doppi. Me raccomandi per l’amor di Dio -. Poi con un’esplosione della voce: - Ch’el disa minga de no! Ch’el disa minga de no!
                Il comandante scrollò le spalle, con rammarico, ma risolutamente, e saltò nella barca.
                Allora il contadino s’attaccò a un altro della brigata, con voce affannosa, col viso e l’accento di un uomo atterrito.
                - Me raccomandi a lù, scior. Parli lei al comandante. Ci ho la mia famiglia. Faccia questa opera di carità. Non sto mica tanto male. Dica una parola. Mi raccomandi, la preghi che non ‘le me abbandona per amore di Dio, che ho bisogno di tornare al mio paese, ghe disi per l’amor di Dio!
                Il pregato gli disse qualche parola di conforto, che si rassegnasse, che era impossibile, e saltò nella barca egli pure.
                Il contadino saltò dietro a lui, e s’attaccò al console, pigliandolo per i panni, affondandolo di parole sconnesse, che accennavano alla sua vita, ai suoi patimenti. Era nel Brasile da quattro anni, non ci aveva parenti, stava male da un pezzo. Voleva andare a chiudere gli occhi nel suo paese, in mezzo ai suoi. Perdere la partenza di quel giorno, voleva dire la morte in terra straniera, morir solo, abbandonato, disperato. E parlava, pregava, con voce supplichevole, facendo degli atti interrogando ora l’uno ora l’altro con uno sguardo che straziava l’anima.
                Tutti si rivolsero al comandante. Era proprio costretto a respingerlo? Non era possibile fare un’eccezione?
                Quel rude uomo di mare dovette raccogliere la voce per rispondere.
                - No, - disse con uno sforzo, e voltò il viso da una parte. Il contadino fu risospinto da un marinaio sopra la scaletta d’imbarco e la barca cominciò a muoversi. Di là continuò a pregare, parlando precipitosamente, battendosi la mano sul petto, come per provare che era ancora forte, e ripetendo: - Moeuri minga! Moeuri minga! Mi lascino partire per l’amor di Dio! Ghe giuri che moeuri minga! - Ma nessuno di noi osava più guardarlo. La barca s’allontanava. Udimmo ancora una volta quelle sconsolate parole, lanciate come un grido di angoscia e di rabbia: - Moeuri minga! - e poi non udimmo più nulla. Tutti tacevano, rattristati da quella scena, e guardavano intorno. La barca guizzava rapidissima sulle acque chiare, e la baia meravigliosa di Rio Janeiro ci si svolgeva davanti: quegli alti picchi dalle forme di montagne lunari, quei monti popolati di regine e d’imperatori della vegetazione, quei boschi scapigliati, quelle rocce aeree, quei seni inghirlandati di giardini, quelle isole incoronate di palme, tutto quell’anfiteatro immenso, disordinato, strano, così grande che la fantasia vi si perde, così bello che mette quasi tristezza. Ci parve d’arrivar troppo presto al piroscafo, che già fumava, e appena saliti ci mettemmo al parapetto, in mezzo agli altri mille passeggeri, a riguardare la baia «l’arco trionfale dell’America» che resta nella mente d’ogni viaggiatore come una visione di paradiso. Alcuni amici di Rio Janeiro erano rimasti sotto nella barca a vapore, che aveva a prua la bandiera italiana. Rimanemmo là non so quanto tempo. Il sole tramontava, il cielo era tutto rosato, la baia rosata, le grandi rocce coniche parevan di corallo, sull’orizzonte dell’oceano si allungava una striscia di nuvole purpuree. E cominciava a scoppiettare allegra la conversazione fra noi e gli amici di sotto, quando una voce dolorosa, - sinistra, - lacerante, - quella voce, - ci arrivò improvvisamente all’orecchio.
                - Mi lascino partire! Ci ho la famiglia! Paghi el doppi. Moeuri minga! I preghi per l’amor di Dio.
                Appena partiti noi, quegli s’era gettato nella barchetta di un negro, che l’aveva portato là in men d’un’ora, facendo forza per quattro.
                Il comandante, dall’alto del ponte di comando, gli rispose con un cenno del capo: - È impossibile.
                Quegli, intanto s’era spinto innanzi con la sua in mezzo alle altre barche, e, afferratosi alla catena della scala reale, dove un marinaio gl’impediva il passo, continuava a pregare affannosamente, ora guardando in su verso il capitano e verso di noi, ora verso gli amici della barca a vapore, la cui bandiera gli pendeva sopra una spalla; e giungeva le mani, abbracciava le gambe al marinaio, baciava la bandiera, accennava il cielo, spandeva un torrente di parole, quasi fuori di sé: - Il mio paese, la mia famiglia, i me piscinitt, per pietà, moeuri minga, - con la voce roca, coi lamenti d’un bimbo, con lo sguardo d’un moribondo, coi gesti d’un pazzo...
             Dal ponte di comando tuonò un grido: - Su la scala!
Le catene cigolarono, la scala s’alzò; il disgraziato, respinto dal marinaio, ricadde seduto in mezzo alla barca.
E diede in una risata più dolorosa e più lugubre del più disperato scoppio di pianto.
Poco dopo si udì il fischio della partenza.
Intanto, dal parapetto della terza classe, gli gridavano: - Coraggio, buon uomo, partirete quando starete meglio. - C’è un altro vapore fra quindici giorni.
E qualche voce scellerata gli diceva: - Purgati! Ripassa domattina!
Ma egli, rifattosi cupo, pareva che non capisse più nulla, e guardava gli uni e gli altri con grande stupore. Il bastimento si mosse.
Allora si alzò in piedi con impeto, e tese il pugno verso il ponte, in atto di scagliare un’orrenda maledizione.
Poi ricadde d’un colpo nella barca, col viso nelle mani, e ruppe in un singhiozzo violento, che parve una risata...
Era già lontano da noi e lo vedevamo ancora che scuoteva le spalle con un movimento convulso, vedevamo ancora col cuore stretto, là in mezzo alla baia, quell’immenso dolore senza conforto, a cui sorrideva tutto intorno quella immensa bellezza senza pietà. Dopo cinque minuti egli non era più che un punto nero in mezzo al mare color di rosa...


martedì 31 gennaio 2012

Divagazioni

Appoggio qui un meraviglioso esempio di prosa poetica.
L'autore è Stéphane Mallarmé e il pezzettino s'intitola Il fenomeno futuro.
Mi sono imbattuta in Mallarmé, e si dovrebbe dire forse che mi sono scontrata.
Le sue poesie mi respingono per la loro estrema chiusura, mi impongono un disagio d'inadeguatezza, ma allo stesso tempo mi colorano gli occhi con immagini che difficilmente dimenticherò.

E' una strana creatura.

Le prose, invece, sono diverse.
Hanno tutto il potenziale immaginativo, ma si lasciano alle spalle l'ermetismo emarginante.
Ed è per questo che ho deciso di condividere con voi questo frammento.
Leggetelo prima senza pensare.
Scorrete tra le parole e ascoltatene il suono, la cadenza, i silenzi.
Poi leggetelo per capire.
Solo alla fine, chiudete gli occhi.



Un cielo pallido, sul mondo che finisce di decrepitezza, sta forse per sparire con le nubi: i brandelli della porpora consunta dei tramonti stingono in un fiume dormiente all’orizzonte sommerso di raggi e d’acqua. Gli alberi si annoiano e, sotto il loro fogliame sbiancato (più dalla polvere del tempo che dei sentieri), cresce la casa di tela del Presentatore di cose Passate: infiniti lampioni attendono il crepuscolo e ravvivano i volti di un’infelice folla, vinta dalla malattia immortale e dal peccato dei secoli, di uomini accanto alle loro gracili complici incinte dei frutti miserabili con i quali perirà la terra. Nel silenzio inquieto di tutti gli occhi supplicanti laggiù il sole che, nell’acqua, affonda con la disperazione di un grido, ecco il semplice imbonimento: «Nessuna insegna vi offre lo spettacolo dell’interno, ché non esiste oggi un pittore capace di darne un’ombra triste. Io porto, viva (e preservata attraverso gli anni da una scienza sovrana) una Donna d’altri tempi. Una follia, originaria e ingenua, un’estasi d’oro, un non so che! da lei chiamata chioma, scende con la grazia delle stoffe attorno a un viso che rischiara la nudità sanguigna delle labbra. Al posto dell’abito vano ella ha un corpo; e gli occhi, simili alle pietre rare, non valgono lo sguardo che scaturisce dalla sua carne felice: seni alti come se fossero pieni di un latte eterno, la punta verso il cielo, le gambe lisce che conservano il sale del mare primigenio». Ricordando le loro povere spose, calve, malsane e piene d’orrore, i mariti si affollano: anch’esse per curiosità, malinconiche, vogliono vedere.
Quando tutti avranno contemplato la nobile creatura, vestigia di qualche epoca già maledetta, gli uni indifferenti, infatti non avranno avuto la forza di capire, ma altri straziati e la palpebra umida di lacrime rassegnate si guarderanno; mentre i poeti di questi tempi, sentendo riaccendersi i loro occhi spenti, si incammineranno verso la loro lampada, il cervello ebbro per un istante di una gloria confusa, assillati dal Ritmo e nell’oblio di esistere in un’epoca che sopravvive alla bellezza.


mercoledì 25 gennaio 2012

Il mare più da vicino

Lo aveva scritto anche Maugham, in La luna e sei soldi: ci sono persone che vivono senza farsi domande. Portano avanti quello che hanno costruito e non alzano gli occhi.
Poi un giorno succede qualcosa. Partono.
E il posto in cui arrivano gli risveglia dentro un qualcosa che li incendia di passione, vedono il colore e improvvisamente capiscono.
Un'epifania li risveglia dal torpore e il luogo che hanno scoperto diventa salvezza e irrinunciabile desiderio.
Questo pezzetto di Camus racconta qualcosa di simile.
Ci sono dentro nostalgia e speranza.
Ma soprattutto
un uomo e il suo mare.


 
Sono cresciuto sul mare e la povertà mi è stata fastosa, poi ho perduto il mare, tutti i lussi mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile. Da allora aspetto. Aspetto le navi del ritorno, la casa delle acque, il giorno limpido. Paziento, cerco con tutte le forze di essere gentile. Mi si deve passare per belle strade dotte, ammiro i paesaggi, applaudo come tutti, porgo la mano, non sono io che parlo. Mi lodano, sto un po’ soprappensiero, mi offendono, mi stupisco un po’. Poi dimentico e sorrido a chi mi oltraggia, o saluto troppo cortesemente chi amo. Che posso farci se ho memoria per una sola immagine? Finalmente mi ingiungono  di dire chi sono. «Niente ancora, niente...»
                Ai funerali supero me stesso. Eccello veramente. Cammino a passo lento in periferie fiorite di ferri vecchi, m’inoltro in larghi viali costeggiati da alberi di cemento che conducono a dei buchi di terra fredda. Là, sotto la fascia del cielo appena rossa, guardo degli arzilli individui inumare i miei amici a tre metri di profondità. E se getto il fiore che una mano terrosa allora mi tende, non sbaglio mai la fossa. Ho la pietà precisa, l’emozione esatta, la nuca opportunamente inclinata. La giustezza delle mie parole viene ammirata. Ma non ho merito: aspetto.
                Aspetto a lungo. A volte faccio un passo falso, perdo la mano, la buona riuscita mi sfugge. Non importa, allora sono solo. Di notte mi sveglio e, mezzo addormentato, mi par di sentire un rumore d’onde, il respiro delle acque. Quando mi sveglio del tutto, riconosco il vento tra le foglie e l’infelice rumore della città deserta. In seguito, tutta la mia arte non mi è di troppo per nascondere l’affanno o vestirlo alla moda.
                Altre volte ne ricevo aiuto. Certi giorni, a New York, perduto in fondo a quei pozzi di pietra e di acciaio dove errano milioni di uomini, correvo da uno all’altro, senza vederne la fine, sfinito, fino a che non fossi più sostenuto che dalla massa umana che cercava un’uscita. Soffocavo, stavo per gridare dal panico. Ma ogni volta un richiamo lontano di un rimorchiatore veniva a ricordarmi che quella città, cisterna asciutta, era un’isola, e che all’estremo della Battery mi aspettava l’acqua del mio battesimo, nera e putrida, coperta di sugheri vuoti.
                Così io che non possiedo nulla, che ho donato la mia fortuna, che sto accampato vicino a tutte le mie case, sono tuttavia soddisfatto quando voglio, la disperazione non mi conosce. Non c’è patria per il disperato e io so che il mare mi precede e mi segue, ho una follia sempre pronta. Coloro che si amano e sono separati possono vivere nel dolore, ma non è disperazione: essi sanno che l’amore esiste. Ecco perché io soffro dell’esilio con occhi asciutti. Aspetto ancora.
Verrà un giorno finalmente...