Chi è andato a pescare, anche una sola volta nella vita, sa cosa vuol dire "leggere il fiume".
Ho incontrato questo libro,
In mezzo scorre il fiume, seguendo il percorso dei miei studi.
E' scritto senza stacchi, senza spazi bianchi, senza divisione in capitoli, un fiume di parole.
Ho amato questi uomini, questi eroi lucenti che lottano contro la furbizia dei pesci, che trovano nel vociare del fiume la risposta alle loro domande.
E ho respirato davvero, in queste parole, l'odore fresco dell'acqua che rotola, veloce.
Ho scelto questo pezzo perchè contiene l'atmosfera totale del romanzo.
A voi due fratelli, un padre, Dio, e il Big Blackfoot River.
Vedevo
il sole davanti a me. Dall’ombra, quell’esplosione di luce dava l’impressione
che io e un fiume dentro le viscere della terra stessimo per fare la nostra
comparsa in superficie. Anche se al momento vedevo solo la luce del sole, e
niente di quello che c’era dentro, sapevo che mio padre era seduto da qualche
parte lungo l’argine. Lo sapevo in parte perché io e lui avevamo gli stessi
impulsi, perfino quello di smettere di pescare più o meno alla stessa ora. Ero
sicuro, anche senza vedere cosa ci fosse dentro la luce di fronte a me, che era
seduto al sole a leggere il Nuovo Testamento in greco. Lo sapevo sia per
istinto che per esperienza.
La
vecchiaia gli aveva portato momenti di pace assoluta. Perfino quando andavamo a
caccia di anatre, e il fracasso delle fucilate mattutine taceva, mio padre si
sedeva nel capanno, avvolto in una vecchia coperta dell’esercito, con il suo
Nuovo Testamento in greco in una mano e il fucile nell’altra. Quando arrivava
qualche anatra solitaria, metteva giù il libro e alzava il fucile, e dopo aver
sparato riprendeva in mano il libro, interrompendo la lettura solo per
ringraziare il cane di aver riportato l’anatra.
Le
voci del fiume sotterraneo in ombra erano diverse dalle voci del fiume
illuminato dal sole davanti a me. All’ombra del dirupo, il fiume era profondo e
impegnato in cose profonde: di tanto in tanto girava su se stesso, per ripetere
le stesse cose e assicurarsi di averle capite, di aver capito se stesso. Il
fiume davanti a me, invece, usciva nel mondo pieno di sole come un
chiacchierone, faceva del suo meglio per essere cordiale. Si inchinava a una
sponda, poi all’altra, di modo che nessuna si sentisse trascurata.
Ormai
riuscivo a vedere dentro il sole, e avevo individuato mio padre. Sedeva in cima
all’argine. Non aveva il cappello. Dentro la luce, i suoi capelli rossi
sbiaditi erano tornati fiammeggianti e bellissimi. Stava leggendo, anche se evidentemente
solo frase per frase, dato che di tanto in tanto alzava gli occhi dal libro.
Non lo chiuse, però, se non dopo un po’ che mi ebbe visto.
Io
mi inerpicai su per l’argine e gli chiesi: «Quanti ne hai presi?».
Lui disse: «Tutti
quelli che volevo». Io insistetti: «Ma quanti ne hai presi?». «Quattro
o cinque».
«Belli?». «Bellissimi».
Era
più o meno l’unico uomo che conoscevo a usare la parola «bellissimo»
normalmente, nel discorso, e immagino di aver preso anch’io quell’abitudine
stando con lui da piccolo.
«E tu quanti ne hai presi?» chiese lui. «Anch’io ho preso tutti quelli che
volevo» risposi. Evitò di
chiedermi quanti esattamente, e invece domandò: «Belli?». «Bellissimi» dissi io, e gli sedetti accanto.
«Che cosa stavi leggendo?» gli chiesi. «Un libro» disse lui. L’aveva posato a terra, dall’altro lato. Perché non
fossi costretto a sporgermi sopra le sue ginocchia e guardare, mi disse: «Un buon libro».
Poi
continuò: «Nella parte che
stavo leggendo dice che in principio era il Verbo, ed è proprio così. Un tempo
credevo che l’acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente,
ci si rende conto che sotto ci sono le parole».
«Questo perché tu sei prima un
predicatore e poi un pescatore»
gli dissi. «Se chiedi a Paul,
ti dirà che le parole si formano con l’acqua».
«No,» disse mio padre «è
che tu non ascolti attentamente. L’acqua scorre sopra le parole. Paul ti
direbbe la stessa cosa. Ma dov’è Paul?».
Gli
dissi che era tornato a pescare nella prima buca. «Ma ha promesso di venire presto» lo rassicurai. «Arriverà
quando avrà fatto il suo cestino»
disse lui. «Arriverà tra poco» lo rassicurai, anche perché lo
vedevo già nelle ombre sotterranee.
Mio
padre si rimise a leggere, e io cercai di verificare quello che avevamo detto
ascoltando con attenzione. Paul stava pescando in fretta: ne prendeva uno qua e
uno là, e li riportava a riva velocemente. Quando arrivò proprio di fronte a
noi, alzò un dito per ogni mano, e mio padre disse: «Deve prenderne ancora due».
Guardai
il libro per vedere a che punto era aperto. Sapevo abbastanza il greco da
riconoscere λόγος come il Verbo. Da
quello, e dall’argomento, immaginai che fosse il primo versetto di Giovanni.
Mentre guardavo, papà disse: «Ne ha preso uno».
Era difficile crederci, perché Paul
stava pescando davanti a noi, sull’altro lato della buca dove papà aveva appena
finito di pescare. Mio padre si alzò in piedi, cercò un sasso di discrete
dimensioni, e se lo nascose dietro la schiena. Paul portò a riva il pesce, e
tornò in acqua per prendere il numero venti, il suo cestino. Non appena fece il
primo lancio, papà gettò il sasso. Era abbastanza vecchio, ormai, da gettarlo
con un gesto goffo, e da massaggiarsi la spalla dopo averlo gettato, ma il
sasso finì nel fiume più o meno nello stesso punto in cui Paul aveva lanciato
la sua mosca, e più o meno nello stesso istante. Ora capirete da chi mio
fratello avesse imparato a lanciare i sassi nella buca del suo compagno, quando
non sopportava più di vederlo prender pesci. Paul si sorprese solo per un
attimo. Poi vide papà sull’argine, intento a massaggiarsi la spalla, e si mise
a ridere. Agitò il pugno nella sua direzione, indietreggiò fino a riva e scese
lungo il fiume fino a portarsi fuori tiro. Da lì, entrò di nuovo in acqua e
ricominciò a lanciare. Ma ora era troppo lontano perché potessimo vedere la
lenza e gli anelli che formava. Era un uomo con una bacchetta nel fiume, e
qualunque cosa stesse succedendo dovevamo indovinarla da quello che facevano l’uomo,
la bacchetta e il fiume.
Quando uscì dal guado il suo
braccio destro ruotava massiccio avanti e indietro. Ogni rotazione del braccio
gli gonfiava il petto. Ogni rotazione era più veloce, più alta e più lunga
della precedente, fino a quando il braccio non si fece provocatorio e il petto
non salì al cielo. Dalla riva eravamo sicuri, anche se non riuscivamo a vedere
la lenza, che l’aria sopra di lui cantava di anelli di filo che non sfioravano
mai l’acqua ma diventavano sempre più larghi man mano che passavano e
cantavano. E capivamo cos’avesse in mente Paul dal provocatorio allungarsi di
quel braccio. Non avrebbe permesso alla mosca di toccare l’acqua vicino alla
riva, dove c’erano i pesci di piccola e media grandezza. Capivamo dal braccio e
dal petto che ogni parte di lui stava dicendo: «L’ultimo non sarà piccolo».
Stava mettendo tutto se stesso in un gran lancio per prendere un ultimo grosso
pesce.
Dalla nostra posizione in cima
all’argine, io e mio padre riuscivamo a capire in quale punto lontano la
bacchetta avrebbe permesso alla mosca di toccar l’acqua. In mezzo al fiume c’era
un iceberg di roccia, con la punta affiorante e il resto, una casa di roccia, nascosto sott’acqua. Rispondeva
a tutti i requisiti della dimora di un grosso pesce: acqua che scorre veloce
portando cibo alla porta d’ingresso e a quella posteriore, e ombra e quiete
dietro le porte.
Mio padre disse: «Dev’essercene
uno grosso, laggiù».
Io dissi: «Nessun pesce piccolo
potrebbe vivere là sotto».
Mio padre disse: «Quello grosso
non glielo permetterebbe».
Mio padre capì dall’ampiezza del
petto che Paul avrebbe lanciato alla prossima rotazione. Non poteva farne di
più ampie. «Volevo pescare anch’io laggiù,» disse «ma non riuscirei a lanciare
così lontano».
Il corpo di Paul girò su se
stesso come se stesse per fare un tiro di trecento metri a golf, il braccio salì
in un grande arco e la punto della bacchetta si piegò come una molla. Poi tutti
si mise a saltare e cantare.
All’improvviso l’azione finì. L’uomo
restò immobile. La bacchetta si raddrizzò, priva di potenza. Puntava alle
dieci, e le dieci puntavano alla roccia affiorante. Per un attimo l’uomo sembrò
un essere insignificante con la bacchetta, intento a spiegare una roccia alla
roccia. Solo l’acqua continuava a muoversi. In un punto sopra la cima della
casa di roccia, una mosca venne lanciata dentro un’acqua cos’ impetuosa che
solo un pesce grosso poteva essere là sotto ad aspettarla.
Poi l’universo attaccò la spina.
La bacchetta ebbe un movimento convulso, quando entrò in contatto con la magica
corrente del mondo, e cercò di liberarsi con un salto dalla mano destra dell’uomo.
La mano sinistra sembrava agitarsi in un addio frenetico a un pesce, ma in
realtà stava cercando di dar lenza sufficiente a ridurre il voltaggio e a
lenire la scossa di quel che aveva abboccato.
Tutto sembrava carico di
elettricità, ma non connesso elettricamente. Scintille di elettricità apparvero
qua e là sul fiume. Un pesce saltò fuori dall’acqua, così lontano verso valle
da sembrare fuori dal campo elettrico dell’uomo. Ma, quando il pesce era
saltato fuori, l’uomo si era piegato indietro con la canna, e allora il pesce
era ripiombato in acqua in modo incontrollato. Le connessioni tra le
convulsioni e le scintille si fecero più chiare, ripetendosi. Quando l’uomo si
piegò all’indietro con la canna e il pesce tornò in acqua non del tutto
volontariamente, la mano dell’uomo si agitò frenetica in un altro addio, e
molto più giù un pesce tornò a saltare. Per via delle connessioni, diventò lo
stesso pesce.
Il pesce fece altre tre lunghe
corse prima che cominciasse il secondo atto. Anche se l’atto aveva come
protagonisti un uomo grosso e un pesce grosso, sembrava più una recita per
bambini. La mano sinistra dell’uomo cominciò surrettiziamente a recuperare
lenza, e poi, come colta in fallo, la lasciò andare tutta, mentre il pesce si
faceva furbo e partiva per la quarta puntata.
«Lo prenderà» assicurai a mio
padre.
«Senza dubbio» disse mio padre.
La lenza libera si fece più corta di quella tenuta nella mano sinistra.
Quando Paul si girò a guardare dentro
l’acqua alle proprie spalle, noi capimmo che stava per tirare a riva il pesce e
non voleva inciampare in una roccia, o sprofondare in una buca,
indietreggiando. Capimmo che aveva trascinato il pesce nell’acqua bassa perché teneva
la canna sempre più alta, per impedire al pesce di andare a sbattere contro
qualche ostacolo sul fondo. Proprio quando cominciavamo a pensare che lo
spettacolo fosse finito, la bacchetta ebbe un movimento convulso e l’uomo si
mosse controcorrente dietro una potenza sconosciuta in partenza per le
profondità.
«Quel figlio di puttana ha
ancora voglia di lottare» credetti di dire tra me e me, ma lo dissi ad alta
voce, inconfondibilmente, e provai imbarazzo per averlo detto ad alta voce davanti
a mio padre. Lui non disse niente.
Paul riuscì a trascinare il
pesce vicino alla riva atre tre o quattro volte, solo per vederlo sguittar via e
tornar sotto, ma anche da lontano io e mio padre riuscivamo a percepire lo
scemare della potenza sott’acqua. La canna salì alta nell’aria, e l’uomo
indietreggiò velocemente ma in modo uniforme, movimenti che, tradotti in
avvenimenti, significavano che il pesce aveva tentato di riposare per un attimo
in superficie e che l’uomo ne aveva approfittato per alzare velocemente la
canna e trascinarlo a riva prima che potesse pensare di tornare sott’acqua. Lo
trascinò tra le rocce fino a una lingua di sabbia, prima che il pesce
sbalordito, boccheggiando, si accorgesse di non poter vivere nell’ossigeno. Con
disperazione tardiva, si rizzò sulla sabbia e consumò il resto della sua
bellissima vita a fare la Danza della Morte sulla coda.
L’uomo depose la bacchetta, si
mise ginocchioni sulla sabbia e, come un animale, girò intorno all’altro animale,
in attesa.
Poi la spalla si alzò di colpo,
e mio fratello si rimise in piedi, si girò verso di noi e, con un braccio
alzato, si autoproclamò vincitore. Qualcosa di gigantesco gli pendeva dalla
mano stretta a pugno. Se qualche antico romano l’avesse visto in quel momento,
avrebbe pensato che la cosa che penzolava portasse l’elmo.
«Questo è il suo cestino» dissi
a mio padre.
«Paul è bellissimo» disse mio
padre, anche se mio fratello aveva appena finito di pescare nella buca dove aveva
già pescato lui.
Quello fu l’ultimo pesce che
Paul pescò sotto i nostri occhi. Io e mio padre riandammo a quel momento
parecchie volte, in seguito, e qualunque altro sentimento provassimo, ci sembrò
sempre giusto che, guardandolo prendere l’ultimo pesce, non vedessimo il pesce
ma solo l’arte del pescatore.