sabato 7 gennaio 2012

Prosa di vacanze

Ammaliata e avvolta da questa prosa, sfumo i miei pensieri con le sue parole.
Confondo i ragionamenti mescolandoli al ritmo e ai respiri dell'onda, e non serve aprire gli occhi per vedere.
Pessoa sa intrecciare i pensieri sulla penna, e in questa Prosa di vacanze fa riecheggiare nel silenzio il turbinare indistinto della vita che passa.
A voi.


                La piccola spiaggia che formava una baia piccolissima, esclusa dal mondo da due promontori in miniatura, era, in quella vacanza di tre giorni, il mio rifugio da me stesso. Si scendeva alla spiaggia attraverso una scalinata tozza che cominciava con degli scalini di legno e a mezzo aveva dei gradini ritagliati nella roccia, con un corrimano di ferro arrugginito. E ogni volta che scendevo la scalinata soprattutto dai gradini di pietra ai piedi [?] fino in fondo, uscivo dalla mia stessa esistenza, e mi trovavo.
                Affermano gli occultisti, o alcuni di essi, che esistono momenti supremi dell’anima in cui essa ricorda, attraverso l’emozione o attraverso parte della memoria, un momento o un aspetto o un’ombra di un’anteriore incarnazione. E in quei momenti, tornando a un tempo che è più vicino all’origine e all’inizio delle cose e del suo presente, essa prova in qualche modo un’infanzia e una liberazione.
                Si sarebbe detto che nello scendere quella gradinata, ora fuori uso, e nell’entrare lentamente nella piccola spiaggia sempre deserta, io utilizzavo un procedimento magico per trovarmi più vicino alla possibile monade che sono. Alcuni modi e aspetti della mia vita quotidiana (rappresentati del mio essere costante da desideri, idiosincrasie, preoccupazioni), si allontanavano da me come i fuggiaschi sfuggono la ronda, si mimetizzavano nelle ombre fino a che non si capiva cos’erano; e io raggiungevo uno stato di distanza intima nella quale diventava difficile per me ricordarmi di ieri o riconoscere come mio l’essere che è vivo in me ogni giorno. Le mie emozioni di sempre, le mie abitudini regolarmente irregolari, i miei dialoghi con gli altri, i miei adattamenti al consorzio umano: tutto ciò mi sembrava una cosa letta chissà dove, pagine inerti di una biografia stampata, dettagli di un romanzo qualsiasi di certi capitoli intermedi che si leggono pensando ad altro, e il filo della narrativa si sgomitola per terra come un serpe.
                Allora, nella spiaggia il cui unico rumore erano le onde o il vento che passava alto come un grande aeroplano inesistente, mi abbandonavo a un nuovo tipo di sogni: cose informi e soavi, meraviglie dell’impressione profonda, senza immagini, senza emozioni, pulite come il cielo e le acque, che vibravano come i flutti di un mare che si erge dal fondo di una grande verità; tremulamente, di un obliquo azzurro in lontananza che nell’avvicinarsi diventa verde con trasparenze di altri toni verde-sporchi, e dopo aver  infranto stridendo le mille braccia sfatte e averle allungate in sabbia bruna e spuma sbavata, congregando in sé tutte le risacche, i ritorni alla libertà dell’origine, la divina nostalgia, le memorie, come questa che senza forma non mi duoleva: nostalgia di uno stato anteriore, felice perché buono o per qualcos’altro, un corpo di nostalgia con anima di spuma, il riposo, la morte, il tutto o il niente che come un grande mare circonda l’isola di naufraghi che è la vita.
                E io dormivo senza sonno, ormai lontano da ciò che sentendo vedevo, crepuscolo di me stesso, rumore di acqua fra gli alberi, quiete dei grandi fiumi, freschezza delle sere tristi, lento palpitare del petto bianco del sonno infantile della contemplazione.

giovedì 27 ottobre 2011

Leggere il fiume

Chi è andato a pescare, anche una sola volta nella vita, sa cosa vuol dire "leggere il fiume".
Ho incontrato questo libro, In mezzo scorre il fiume, seguendo il percorso dei miei studi.
E' scritto senza stacchi, senza spazi bianchi, senza divisione in capitoli, un fiume di parole.
Ho amato questi uomini, questi eroi lucenti che lottano contro la furbizia dei pesci, che trovano nel vociare del fiume la risposta alle loro domande.
E ho respirato davvero, in queste parole, l'odore fresco dell'acqua che rotola, veloce.
Ho scelto questo pezzo perchè contiene l'atmosfera totale del romanzo.
A voi due fratelli, un padre, Dio, e il Big Blackfoot River.



                Vedevo il sole davanti a me. Dall’ombra, quell’esplosione di luce dava l’impressione che io e un fiume dentro le viscere della terra stessimo per fare la nostra comparsa in superficie. Anche se al momento vedevo solo la luce del sole, e niente di quello che c’era dentro, sapevo che mio padre era seduto da qualche parte lungo l’argine. Lo sapevo in parte perché io e lui avevamo gli stessi impulsi, perfino quello di smettere di pescare più o meno alla stessa ora. Ero sicuro, anche senza vedere cosa ci fosse dentro la luce di fronte a me, che era seduto al sole a leggere il Nuovo Testamento in greco. Lo sapevo sia per istinto che per esperienza.
                La vecchiaia gli aveva portato momenti di pace assoluta. Perfino quando andavamo a caccia di anatre, e il fracasso delle fucilate mattutine taceva, mio padre si sedeva nel capanno, avvolto in una vecchia coperta dell’esercito, con il suo Nuovo Testamento in greco in una mano e il fucile nell’altra. Quando arrivava qualche anatra solitaria, metteva giù il libro e alzava il fucile, e dopo aver sparato riprendeva in mano il libro, interrompendo la lettura solo per ringraziare il cane di aver riportato l’anatra.
                Le voci del fiume sotterraneo in ombra erano diverse dalle voci del fiume illuminato dal sole davanti a me. All’ombra del dirupo, il fiume era profondo e impegnato in cose profonde: di tanto in tanto girava su se stesso, per ripetere le stesse cose e assicurarsi di averle capite, di aver capito se stesso. Il fiume davanti a me, invece, usciva nel mondo pieno di sole come un chiacchierone, faceva del suo meglio per essere cordiale. Si inchinava a una sponda, poi all’altra, di modo che nessuna si sentisse trascurata.
                Ormai riuscivo a vedere dentro il sole, e avevo individuato mio padre. Sedeva in cima all’argine. Non aveva il cappello. Dentro la luce, i suoi capelli rossi sbiaditi erano tornati fiammeggianti e bellissimi. Stava leggendo, anche se evidentemente solo frase per frase, dato che di tanto in tanto alzava gli occhi dal libro. Non lo chiuse, però, se non dopo un po’ che mi ebbe visto.
                Io mi inerpicai su per l’argine e gli chiesi: «Quanti ne hai presi?». Lui disse: «Tutti quelli che volevo». Io insistetti: «Ma quanti ne hai presi?». «Quattro o cinque». «Belli?». «Bellissimi».
                Era più o meno l’unico uomo che conoscevo a usare la parola «bellissimo» normalmente, nel discorso, e immagino di aver preso anch’io quell’abitudine stando con lui da piccolo.
                «E tu quanti ne hai presi?» chiese lui. «Anch’io ho preso tutti quelli che volevo» risposi. Evitò di chiedermi quanti esattamente, e invece domandò: «Belli?». «Bellissimi» dissi io, e gli sedetti accanto.
                «Che cosa stavi leggendo?» gli chiesi. «Un libro» disse lui. L’aveva posato a terra, dall’altro lato. Perché non fossi costretto a sporgermi sopra le sue ginocchia e guardare, mi disse: «Un buon libro».
                Poi continuò: «Nella parte che stavo leggendo dice che in principio era il Verbo, ed è proprio così. Un tempo credevo che l’acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente, ci si rende conto che sotto ci sono le parole».
                «Questo perché tu sei prima un predicatore e poi un pescatore» gli dissi. «Se chiedi a Paul, ti dirà che le parole si formano con l’acqua».
                «No,» disse mio padre «è che tu non ascolti attentamente. L’acqua scorre sopra le parole. Paul ti direbbe la stessa cosa. Ma dov’è Paul?».
                Gli dissi che era tornato a pescare nella prima buca. «Ma ha promesso di venire presto» lo rassicurai. «Arriverà quando avrà fatto il suo cestino» disse lui. «Arriverà tra poco» lo rassicurai, anche perché lo vedevo già nelle ombre sotterranee.
                Mio padre si rimise a leggere, e io cercai di verificare quello che avevamo detto ascoltando con attenzione. Paul stava pescando in fretta: ne prendeva uno qua e uno là, e li riportava a riva velocemente. Quando arrivò proprio di fronte a noi, alzò un dito per ogni mano, e mio padre disse: «Deve prenderne ancora due».
                Guardai il libro per vedere a che punto era aperto. Sapevo abbastanza il greco da riconoscere λόγος come il Verbo. Da quello, e dall’argomento, immaginai che fosse il primo versetto di Giovanni. Mentre guardavo, papà disse: «Ne ha preso uno».
                Era difficile crederci, perché Paul stava pescando davanti a noi, sull’altro lato della buca dove papà aveva appena finito di pescare. Mio padre si alzò in piedi, cercò un sasso di discrete dimensioni, e se lo nascose dietro la schiena. Paul portò a riva il pesce, e tornò in acqua per prendere il numero venti, il suo cestino. Non appena fece il primo lancio, papà gettò il sasso. Era abbastanza vecchio, ormai, da gettarlo con un gesto goffo, e da massaggiarsi la spalla dopo averlo gettato, ma il sasso finì nel fiume più o meno nello stesso punto in cui Paul aveva lanciato la sua mosca, e più o meno nello stesso istante. Ora capirete da chi mio fratello avesse imparato a lanciare i sassi nella buca del suo compagno, quando non sopportava più di vederlo prender pesci. Paul si sorprese solo per un attimo. Poi vide papà sull’argine, intento a massaggiarsi la spalla, e si mise a ridere. Agitò il pugno nella sua direzione, indietreggiò fino a riva e scese lungo il fiume fino a portarsi fuori tiro. Da lì, entrò di nuovo in acqua e ricominciò a lanciare. Ma ora era troppo lontano perché potessimo vedere la lenza e gli anelli che formava. Era un uomo con una bacchetta nel fiume, e qualunque cosa stesse succedendo dovevamo indovinarla da quello che facevano l’uomo, la bacchetta e il fiume.
                Quando uscì dal guado il suo braccio destro ruotava massiccio avanti e indietro. Ogni rotazione del braccio gli gonfiava il petto. Ogni rotazione era più veloce, più alta e più lunga della precedente, fino a quando il braccio non si fece provocatorio e il petto non salì al cielo. Dalla riva eravamo sicuri, anche se non riuscivamo a vedere la lenza, che l’aria sopra di lui cantava di anelli di filo che non sfioravano mai l’acqua ma diventavano sempre più larghi man mano che passavano e cantavano. E capivamo cos’avesse in mente Paul dal provocatorio allungarsi di quel braccio. Non avrebbe permesso alla mosca di toccare l’acqua vicino alla riva, dove c’erano i pesci di piccola e media grandezza. Capivamo dal braccio e dal petto che ogni parte di lui stava dicendo: «L’ultimo non sarà piccolo». Stava mettendo tutto se stesso in un gran lancio per prendere un ultimo grosso pesce.
                Dalla nostra posizione in cima all’argine, io e mio padre riuscivamo a capire in quale punto lontano la bacchetta avrebbe permesso alla mosca di toccar l’acqua. In mezzo al fiume c’era un iceberg di roccia, con la punta affiorante e il resto,  una casa di roccia, nascosto sott’acqua. Rispondeva a tutti i requisiti della dimora di un grosso pesce: acqua che scorre veloce portando cibo alla porta d’ingresso e a quella posteriore, e ombra e quiete dietro le porte.
                Mio padre disse: «Dev’essercene uno grosso, laggiù».
                Io dissi: «Nessun pesce piccolo potrebbe vivere là sotto».
                Mio padre disse: «Quello grosso non glielo permetterebbe».
                Mio padre capì dall’ampiezza del petto che Paul avrebbe lanciato alla prossima rotazione. Non poteva farne di più ampie. «Volevo pescare anch’io laggiù,» disse «ma non riuscirei a lanciare così lontano».
                Il corpo di Paul girò su se stesso come se stesse per fare un tiro di trecento metri a golf, il braccio salì in un grande arco e la punto della bacchetta si piegò come una molla. Poi tutti si mise a saltare e cantare.
                All’improvviso l’azione finì. L’uomo restò immobile. La bacchetta si raddrizzò, priva di potenza. Puntava alle dieci, e le dieci puntavano alla roccia affiorante. Per un attimo l’uomo sembrò un essere insignificante con la bacchetta, intento a spiegare una roccia alla roccia. Solo l’acqua continuava a muoversi. In un punto sopra la cima della casa di roccia, una mosca venne lanciata dentro un’acqua cos’ impetuosa che solo un pesce grosso poteva essere là sotto ad aspettarla.
                Poi l’universo attaccò la spina. La bacchetta ebbe un movimento convulso, quando entrò in contatto con la magica corrente del mondo, e cercò di liberarsi con un salto dalla mano destra dell’uomo. La mano sinistra sembrava agitarsi in un addio frenetico a un pesce, ma in realtà stava cercando di dar lenza sufficiente a ridurre il voltaggio e a lenire la scossa di quel che aveva abboccato.
                Tutto sembrava carico di elettricità, ma non connesso elettricamente. Scintille di elettricità apparvero qua e là sul fiume. Un pesce saltò fuori dall’acqua, così lontano verso valle da sembrare fuori dal campo elettrico dell’uomo. Ma, quando il pesce era saltato fuori, l’uomo si era piegato indietro con la canna, e allora il pesce era ripiombato in acqua in modo incontrollato. Le connessioni tra le convulsioni e le scintille si fecero più chiare, ripetendosi. Quando l’uomo si piegò all’indietro con la canna e il pesce tornò in acqua non del tutto volontariamente, la mano dell’uomo si agitò frenetica in un altro addio, e molto più giù un pesce tornò a saltare. Per via delle connessioni, diventò lo stesso pesce.
                Il pesce fece altre tre lunghe corse prima che cominciasse il secondo atto. Anche se l’atto aveva come protagonisti un uomo grosso e un pesce grosso, sembrava più una recita per bambini. La mano sinistra dell’uomo cominciò surrettiziamente a recuperare lenza, e poi, come colta in fallo, la lasciò andare tutta, mentre il pesce si faceva furbo e partiva per la quarta puntata.
                «Lo prenderà» assicurai a mio padre.
                «Senza dubbio» disse mio padre. La lenza libera si fece più corta di quella tenuta nella mano sinistra.
                Quando Paul si girò a guardare dentro l’acqua alle proprie spalle, noi capimmo che stava per tirare a riva il pesce e non voleva inciampare in una roccia, o sprofondare in una buca, indietreggiando. Capimmo che aveva trascinato il pesce nell’acqua bassa perché teneva la canna sempre più alta, per impedire al pesce di andare a sbattere contro qualche ostacolo sul fondo. Proprio quando cominciavamo a pensare che lo spettacolo fosse finito, la bacchetta ebbe un movimento convulso e l’uomo si mosse controcorrente dietro una potenza sconosciuta in partenza per le profondità.
                «Quel figlio di puttana ha ancora voglia di lottare» credetti di dire tra me e me, ma lo dissi ad alta voce, inconfondibilmente, e provai imbarazzo per averlo detto ad alta voce davanti a mio padre. Lui non disse niente.
                Paul riuscì a trascinare il pesce vicino alla riva atre tre o quattro volte, solo per vederlo sguittar via e tornar sotto, ma anche da lontano io e mio padre riuscivamo a percepire lo scemare della potenza sott’acqua. La canna salì alta nell’aria, e l’uomo indietreggiò velocemente ma in modo uniforme, movimenti che, tradotti in avvenimenti, significavano che il pesce aveva tentato di riposare per un attimo in superficie e che l’uomo ne aveva approfittato per alzare velocemente la canna e trascinarlo a riva prima che potesse pensare di tornare sott’acqua. Lo trascinò tra le rocce fino a una lingua di sabbia, prima che il pesce sbalordito, boccheggiando, si accorgesse di non poter vivere nell’ossigeno. Con disperazione tardiva, si rizzò sulla sabbia e consumò il resto della sua bellissima vita a fare la Danza della Morte sulla coda.
                L’uomo depose la bacchetta, si mise ginocchioni sulla sabbia e, come un animale, girò intorno all’altro animale, in attesa.
                Poi la spalla si alzò di colpo, e mio fratello si rimise in piedi, si girò verso di noi e, con un braccio alzato, si autoproclamò vincitore. Qualcosa di gigantesco gli pendeva dalla mano stretta a pugno. Se qualche antico romano l’avesse visto in quel momento, avrebbe pensato che la cosa che penzolava portasse l’elmo.
                «Questo è il suo cestino» dissi a mio padre.
                «Paul è bellissimo» disse mio padre, anche se mio fratello aveva appena finito di pescare nella buca dove aveva già pescato lui.
                Quello fu l’ultimo pesce che Paul pescò sotto i nostri occhi. Io e mio padre riandammo a quel momento parecchie volte, in seguito, e qualunque altro sentimento provassimo, ci sembrò sempre giusto che, guardandolo prendere l’ultimo pesce, non vedessimo il pesce ma solo l’arte del pescatore.

giovedì 22 settembre 2011

Donne dagli occhi grandi


Questo racconto mi tocca particolarmente da vicino.
Ha una dolcezza fiera e possente.
E' scritto con la delicatezza e la malinconia di chi sa quello che racconta, e allo stesso tempo le sue parole sono permeate di leggerezza sottile.
Leggete, donne, e prendetevi una minuta e silenziosa rivincita.



La zia Daniela s’innamorò come s’innamorano sempre le donne intelligenti: come un’idiota. Lo aveva visto arrivare un mattino, le spalle erette e il passo sereno, e aveva pensato: “Quest’uomo si crede Dio”. Ma dopo averlo sentito raccontare storie di mondi lontani e di passioni sconosciute, si innamorò di lui e delle sue braccia come se non parlasse latino sin da bambina, non avesse studiato logica e non avesse sorpreso mezza città imitando i giochi poetici di Góngora e di suor Juana Inés de la Cruz come chi risponde a una filastrocca durante la ricreazione.
                Era tanto colta che nessun uomo voleva mettersi con lei, per quanto avesse occhi di miele e labbra di rugiada, per quanto il suo corpo solleticasse l’immaginazione risvegliando il desiderio di vederlo nudo, per quanto fosse bella come la Madonna del Rosario. Gli uomini avevano paura di amarla, perché c’era qualcosa nella sua intelligenza che suggeriva sempre un disprezzo per il sesso opposto e le sue incertezze.
                Ma quell’uomo che nulla sapeva di lei e dei suoi libri le si accostò come a chiunque altra. Allora la zia Daniela lo dotò di un’intelligenza abbagliante, una virtù angelica e un talento d’artista. Il suo cervello lo guardò in tanti modi che in capo a dodici giorni credette di conoscere cento uomini.
                Lo amò convinta che Dio possa aggirarsi tra i mortali, dedicando tutta se stessa ai desideri e alle stramberie di un uomo che non aveva mai avuto intenzione di rimanere e non aveva mai capito neppure uno di tutti i poemi che Daniela aveva voluto leggergli per spiegare il suo amore.
                Un giorno, così com’era venuto, se ne andò senza neppure salutare. Non ci fu allora in tutta l’intelligenza della zia Daniela una sola scintilla in grado di spiegarle ciò che era successo.
                Ipnotizzata da un dolore senza nome né destino, diventò la più stupida delle stupide. Perderlo fu un dolore lungo come l’insonnia, una vecchiaia di secoli, l’inferno.
                Per pochi giorni di luce, per un indizio, per gli occhi d’acciaio e di supplica che le aveva prestato una notte, la zia Daniela sotterrò la voglia di vivere e cominciò a perdere lo splendore della pelle, la forza delle gambe, l’intensità della fronte e delle viscere.
                Nel giro di tre mesi divenne quasi cieca, le crebbe una gobba sulla schiena e dovette succedere qualcosa anche al suo termostato interno, perché, nonostante indossasse anche in pieno sole calze e cappotto, batteva i denti dal freddo come se vivesse al centro stesso dell’inverno. La portavano fuori a prendere aria come un canarino. Le mettevano accanto frutta e biscotti da becchettare, ma sua madre si portava via il vassoio intatto mentre Daniela rimaneva muta, nonostante gli sforzi che tutti facevano per distrarla.
                All’inizio la invitavano a uscire, per vedere se, guardando i colombi e osservando la gente che andava e veniva, qualcosa in lei ricominciasse a dare segni di attaccamento alla vita. Provarono di tutto. Sua madre se la portò in Spagna e le fece girare tutti i locali sivigliani di flamenco senza ottenere da lei nulla più di una lacrima una sera in cui il cantante era allegro. La mattina seguente inviò un telegramma a sua marito: “Comincia a migliorare, ha pianto un secondo”. Era diventata un arbusto secco, andava dove la portavano e appena poteva si lasciava cadere sul letto come se avesse lavorato ventiquattr’ore di seguito in una piantagione di cotone. Alla fine non ebbe più forze che per gettarsi su una sedia e dire a sua madre: “Ti prego, andiamocene a casa”.
                Quando tornarono, la zia Daniela camminava a stento, e da allora non volle più alzarsi dal letto. Non voleva neppure lavarsi, né pettinarsi, né fare pipì. Un mattino non riuscì neppure ad aprire gli occhi.
                “È morta!” sentì esclamare intorno a sé, e non trovò la forza di negarlo.
                Qualcuno suggerì a sua madre che un tale comportamento fosse un ricatto, un modo di vendicarsi degli altri, una posa da bambina viziata che, se di colpo avesse perso la tranquillità di casa sua e la pappa pronta, si sarebbe data da fare per guarire da un giorno all’altro. Sua madre fece lo sforzo di crederci e seguì il consiglio di abbandonarla sul portone della cattedrale. La lasciarono lì una notte con la speranza di vederla tornare, affamata e furiosa, di nuovo quella di un tempo. La terza notte la raccolsero dal portone della cattedrale con la polmonite e la portarono all’ospedale tra le lacrime di tutta la famiglia.
                All’ospedale andò a farle visita la sua amica Elidé, una giovane dalla pelle luminosa che parlava senza posa e che sosteneva di saper curare il mal d’amore. Chiese che le permettessero di prendersi cura dell’anima e dello stomaco di quella naufraga. Era una creatura allegra e attiva. Ascoltarono il suo parere. Secondo lei, l’errore nella cura della sua intelligente amica consisteva nel consiglio di dimenticare. Dimenticare era una cosa impossibile. Quel che bisognava fare era imbrigliare i suoi ricordi perché non la uccidessero, perché la obbligassero a continuare a vivere.
                I genitori ascoltarono la ragazza con la stessa indifferenza che ormai suscitava in loro qualsiasi tentativo di curare la figlia. Davano per scontato che non sarebbe servito a nulla, ma autorizzavano il tentativo come se non avessero ancora perso la speranza che ormai avevano perso.
                Le misero a dormire nella stessa stanza. Passando davanti a quella porta, in qualsiasi momento, si udiva l’infaticabile voce di Elidé parlare dell’argomento con la stessa ostinazione con la quale un medico veglia un moribondo. Non stava zitta un minuto. Non le dava tregua. Un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra.
                “Come hai detto che erano le sue mani?”, chiedeva. Se la zia Daniela non rispondeva, Elidé attaccava su un altro fronte.
                “Aveva occhi verdi? Castani? Grandi?”
                “Piccoli”, rispose la zia Daniela, aprendo bocca per la prima volta in un mese.
                “Piccoli e torbidi?”, domandò la zia Elidé.
                “Piccoli e fieri”, rispose la zia Daniela, e ricadde nel suo mutismo per un altro mese.
                “Era sicuramente del Leone. Sono così, i Leoni”, diceva la sua amica tirando fuori un libro sui segni zodiacali. Le leggeva tutte le nefandezze che un Leone può commettere. “E poi sono bugiardi. Ma tu non devi lasciarti andare, tu sei un Toro: sono forti, le donne del Toro”.
                “Di bugie sì che ne ha dette”, le rispose Daniela una sera.
                “Quali? Non te ne scordare! Perché il mondo non è tanto grande da non incontrarlo mai più, e allora gli ricorderai le sue parole: una per una, quelle che ti ha detto e quelle che ha fatto dire a te”.
                “Non voglio umiliarmi”.
                “Sarai tu a umiliare lui. Sarebbe troppo facile, seminare parole e poi filarsela”.
                “Le sue parole mi hanno illuminata”, lo difese la zia Daniela.
                “Si vede, come ti hanno illuminata!”, diceva la sua amica, arrivate a questo punto.
                Dopo tre mesi ininterrotti di parole la fece mangiare come Dio comanda. Non si rese neppure conto di come fosse successo. L’aveva portata a fare una passeggiata in giardino. Teneva sottobraccio una cesta con frutta, pane, burro, formaggio e tè. Stese una tovaglia sull’erba, tirò fuori la roba e continuò a parlare mettendosi a mangiare senza offrirle nulla.
                “Gli piaceva l’uva”, disse l’ammalata.
                “Capisco che ti manchi”.
                “Sì”, disse la zia Daniela, portandosi alla bocca un grappolo d’uva. “Baciava divinamente. E aveva la pelle morbida, sulla schiena e sulla pancia”.
                “E com’era... sai di che cosa parlo”, disse l’amica, come se avesse sempre saputo che cosa la torturava.
                “Non te lo dico”, rispose Daniela ridendo per la prima volta dopo mesi. Mangiò poi pane e burro, formaggio e tè.
                “Bello?”, chiese Elidé.
                “Sì”, rispose l’ammalata, ricominciando a essere se stessa.
                Una sera scesero a cena. La zia Daniela indossava un vestito nuovo e aveva i capelli lucidi e puliti, finalmente liberi dalla treccia polverosa che non si era pettinata per tanto tempo.
                Venti giorni più tardi, le due ragazze avevano ripassato i ricordi da cima a fondo, fino a renderli banali. Tutto ciò che la zia Daniela aveva cercato di dimenticare, sforzandosi di non pensarci, a furia di ripeterlo divenne per lei indegno di ricordo. Castigò il suo buon senso sentendosi raccontare una dopo l’altra le centoventimila sciocchezze che l’avevano resa felice e disgraziata.
                “Ormai non desidero più neppure vendicarmi”, disse un mattino a Elidé. “Sono stufa marcia di questa storia”.
                “Come? Non mi ridiventare intelligente, adesso”, disse Elidé. “Questa è sempre stata una questione di ragione offuscata: non vorrai trasformarla in qualcosa di lucido? Non sprecarla, ci manca la parte migliore: dobbiamo ancora andare a cercare quell’uomo in Europa e in Africa, in Sudamerica e in India, dobbiamo trovarlo e fare un baccano tale da giustificare i nostri viaggi. Dobbiamo ancora visitare la Galleria Pitti, vedere Firenze, innamorarci a Venezia, gettare una moneta nella Fontana di Trevi. Non vogliamo inseguire quell’uomo che ti ha fatto innamorare come un’imbecille e poi se n’è andato?”.
                Avevano programmato di girare il mondo in cerca del colpevole, e questa storia che la vendetta non fosse più imprescindibile nella cura della sua amica era stata un brutto colpo per Elidé. Dovevano perdersi per l’India e il Marocco, la Bolivia e il Congo, Vienna e soprattutto l’Italia. Non aveva mai pensato di poterla trasformare in un essere razionale dopo averla vista paralizzata e quasi pazza quattro mesi prima.
                “Dobbiamo andare a cercarlo. Non mi diventare intelligente prima del tempo”, le diceva.
                “È arrivato ieri”, le rispose la zia Daniela un giorno.
                “Come lo sai?”
                “L’ho visto. Ha bussato al mio balcone come una volta”.
                “E che cosa hai provato?”
                “Niente”.
                “E che cosa ti ha detto?”
                “Tutto”.
                “E che cosa gli hai risposto?”
                “Ho richiuso la finestra”.
                “E adesso?”, domandò la terapista.
                “Adesso sì ce ne andiamo in Italia: gli assenti si sbagliano sempre”.
                E se ne andarono in Italia sull’onda delle parole di Dante: “Poi piovve dentro al’alta fantasia”.